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Giuseppe Meliadò: "Cittadella della Giustizia il progetto entro l'anno"
di Paola Giordano

Forum con Giuseppe Meliadò, presidente Corte d’Appello di Catania

Tags: Giuseppe Meliadò



Affrontiamo il discorso importantissimo della Cittadella della Giustizia di viale Africa: Lei sta coordinando un po’ tutti quanti per quanto non di sua competenza stretta, bensì per sua competenza di autorevolezza...
“Siamo a buon punto, ci sono stati gli accordi attuativi, c’è stato il protocollo d’intesa con il Ministro e siamo adesso nella fase esecutiva. Si sta innanzitutto provvedendo alla pulizia di viale Africa. Il Comune ha stanziato 130 mila euro per pulire lo stabile, perché il palazzo è stato vandalizzato: è veramente una tristezza vedere come è stato ridotto. Stanno portando fuori 50 quintali di immondizia. Nel frattempo, non sono rimasti nemmeno gli infissi esterni: non c’è più nulla, il che per certi aspetti ci agevola. Però, non essendoci gli infissi, gli agenti atmosferici hanno danneggiato ulteriormente la struttura”.

Costerebbe di più abbattere e ricostruire da capo? 
“La ristrutturazione costerà 40 milioni di euro. Io ritengo che inseguire il meglio poi impedisca di realizzare il possibile. Sono state formulate in questi anni le più varie proposte, ma poi non si è fatto nulla. Il problema degli uffici giudiziari, e più in generale della Pubblica amministrazione, è che ci sono due pessime abitudini: quella di scrivere molte lettere e quella di non pensare a come realizzare quanto si scrive nelle lettere. Si tratta di una logica perversa, di cui paghiamo il prezzo. Non basta scrivere: bisognerebbe darsi da fare per realizzare gli obiettivi di miglioramento possibili”.

Prevede tempi ragionevoli per la conclusione del progetto?
“Difficile poter definire i tempi, perché stiamo parlando di una fra le più grandi opere pubbliche in gestazione attualmente a Catania. In una delle riunioni di coordinamento, il delegato del Provveditorato alle Opere pubbliche, nello scalettare la tempistica degli appalti, ha parlato, per l’appunto, della più grande opera che allo stato si sta realizzando”. 

I soldi ci sono?
“I soldi ci sono e ci sono anche precisi impegni da parte della Regione. Finalmente sono stati individuati i compiti di ognuno: del Provveditorato, dell’Assessorato regionale, del Comune di Catania, dell’Agenzia del Demanio. C’è una grande aspettativa fra i cittadini e gli utenti della giustizia. Devo sottolineare però anche l’apporto nostro e dell’Avvocatura, perché sulla scelta di viale Africa c’è stata un’unità di intenti che ci ha consentito di riavviare il progetto”. 

Possiamo dire che entro l’anno il progetto si concluderà?
“Entro l’anno speriamo di poter concludere la fase progettuale. L’Ufficio del Genio civile, con il coordinamento dell’Assessorato, sta già operando tutti i rilievi. Nel frattempo il Provveditorato alle Opere pubbliche sta predisponendo la sequenza dei bandi necessari per realizzare in concreto il progetto. Il tutto mentre noi dobbiamo far fronte a necessità indicibili: i migranti stanno mettendo a durissima prova le strutture giudiziarie catanesi. A Catania sono stati unificati non delle Preture ma dei veri e propri Tribunali, perché Paternò, Acireale o Mascalucia erano, per bacini di utenza, dei Tribunali. Basti dire che Caltagirone ha lo stesso bacino di utenza dell’ex Pretura distaccata di Mascalucia. Abbiamo unificato dei Tribunali, era giusto farlo, ma con l’emergenza dell’immigrazione si sono ancor più acuiti i problemi, tanto per il settore il penale che per quello civile. La maggior parte dei migranti fa richiesta di asilo e tali richieste sono accentrate presso la  prima sezione civile del Tribunale. In attesa di viale Africa, che presumibilmente potremo vedere realizzato fra tre,quattro anni, abbiamo bisogno di provvedimenti tampone e quindi stiamo cercando di sollecitare il Ministero per poter utilizzare altre strutture, cercando di unificare gli uffici giudiziari per risparmiare, ma anche per dare maggiore funzionalità. Catania è infatti l’unica sede che vede gli uffici giudiziari dispersi in 21 plessi, quasi tutti presi in affitto da privati, con un tasso di funzionalità pari a zero. Tribunale, Procura, Corte, Giudici di pace, Polizia giudiziaria: in totale 21 plessi, con problemi anche di compatibilità con le norme di sicurezza. Fra poco verrà nominato il nuovo presidente del Tribunale, vi sono due proposte al vaglio, e con il completamento della squadra dei dirigenti degli uffici tali problemi potranno essere meglio affrontati”.

Quali progetti avete in cantiere per favorire il dialogo con i cittadini?
“A breve andremo ad attivare l’Ufficio relazioni con il pubblico, che è una struttura particolarmente importante. Avvieremo il tutto senza soldi del Ministero, ma grazie al contributo degli Ordini professionali e alle competenze professionali degli analisti del Formez, che ci stanno assicurando una preziosa collaborazione. Il nuovo servizio aprirà al più presto e verrà collocato nell’atrio del Palazzo di Giustizia, in una posizione centrale, in modo tale che chiunque acceda possa agevolmente richiedere informazioni. Non faremo tuttavia solo informazione ma, grazie anche alla collaborazione instaurata con il Comune di Catania, in particolare con l’ufficio Anagrafe, e gli ordini professionali, cercheremo di attivare anche alcuni servizi aggiuntivi. Sarà una sorta di reception, ma anche un struttura utile per delocalizzare alcuni servizi particolarmente importanti per i cittadini”.

Che tempi si prevedono per la realizzazione?
“Il nuovo ufficio sarà attivo entro l’anno: siamo nella fase di arrivo del progetto. Il modello è quello di Milano, ma con molti meno fondi: lì hanno addirittura istituito una Fondazione per organizzare questo tipologia di ufficio; noi stiamo cercando di realizzare il tutto con poco, dovremmo restare dentro ai 25.000 euro. Lavoriamo con poche risorse ma con molta fantasia”.



Processo di digitalizzazione arrivato già al 70 per cento

Come sta procedendo la digitalizzazione del sistema?
“La digitalizzazione sta andando bene sia nel civile che nel penale. Abbiamo creato tra l’altro un Ufficio innovazione, coordinato dal dottore Mariano Sciacca, che, avvalendosi dei fondi regionali europei, ha avviato ben 12 cantieri di innovazione operanti nell’intero Distretto, quindi anche a Caltagirone, Siracusa, Ragusa oltre che a Catania. Si stanno sviluppando importanti progetti di innovazione, a partire da quello Migrantes, che è il fiore all’occhiello della Corte d’Appello di Catania e ha consentito di estendere le potenzialità del processo civile telematico alle controversie in materia di protezione internazionale. Ciò ha permesso di velocizzare i rapporti fra il Tribunale di Catania e le Commissioni territoriali, agevolando sia la quantità che la qualità dei provvedimenti”.

Da zero a cento a che punto siamo?
“Siamo al 70 per cento sia sul fronte del civile che su quello del penale, anche se siamo più avanti nel primo. Da quest’anno i nostri uffici sono obbligati a utilizzare solo il canale telematico per trasmettere ogni tipo di documenti. Gli studi legali che si sono organizzati su questo fronte evidenziano come il sistema stia funzionando bene: invece di fare code interminabili, si risparmiano intere giornate. Gli avvocati, forse più dei magistrati, hanno apprezzato l’opportunità telematica perché hanno sperimentato come essa faccia risparmiare tempo e costi. Gli uffici purtroppo hanno un problema diverso, perché non possiamo supplire alla mancanza di figure specializzate. I nostri funzionari si sono ‘riconvertiti’: erano abituati a scrivere a mano, ad avere registri cartacei e nonostante ciò, anche quelli vicini alla pensione, hanno fatto miracoli imparando a confrontarsi con le nuove tecnologie. Siamo riusciti anche ad acquisire (per puro caso) professionalità esterne, per esempio dalle ex Province, con competenze prive di riscontro all’interno dei nostri uffici, come in materia di gare e appalti. Dopo il trasferimento dai Comuni al Ministero delle spese per le manutenzioni le Corti di Appello sono state gravate da un complesso  di compiti gestionali rispetto ai quali le stesse sono totalmente impreparate e che peraltro rientrano nelle attribuzioni proprie del Ministero. È dovere dei dirigenti organizzare gli uffici per migliorare la qualità della giurisdizione, ma l’organizzazione dei servizi (per come stabilisce l’art. 110 della Costituzione) spetta al Ministero, non alle Corti d’Appello. Ho cercato, tuttavia, di utilizzare il personale in base alle competenze specifiche per ottenere un duplice risultato: valorizzare la persona e migliorare l’efficienza degli uffici. Non si può lasciare nulla al caso, bisogna lavorare per progetti e per obiettivi”.
 


Contrastare l’arretrato con maggiore efficienza

Com’è stato il bilancio 2016 dei processi?
“Molto positivo: siamo riusciti a ridurre del 44% le pendenze ultrabiennali in secondo grado. In primo grado c’è ancora un po’ di affanno però, nonostante l’afflusso dei processi non diminuisca, si riesce a contrastare l’arretrato ultrabiennale. In Corte stiamo cercando di aggredire, con esiti positivi, l’arretrato. I tempi sono incomparabili rispetto al passato: mediamente in appello una causa civile dura tre-tre anni e mezzo, ancora al di sotto di due anni, ma di gran lunga di meno rispetto ai sette anni che occorrevano per definirla sino a qualche tempo fa. I programmi di gestione del civile hanno funzionato bene, perché hanno imposto ai magistrati di ragionare per obiettivi: si è introdotta una programmazione del lavoro giudiziario, assegnando priorità ai processi  più datati e di maggior rilevanza sociale. C’è una visione ragionata degli obiettivi”.

Non crede che una delle cause dei ritardi risieda nelle procedure eccessivamente lunghe?
“Grazie alle ultime riforme il processo si è concentrato. Sia in penale che in civile resta un anomalo sovraccarico di contenziosi: in civile dovrebbero funzionare meglio gli organismi di mediazione, in penale bisognerebbe risolvere il nodo della prescrizione”.

I Gip potrebbero contribuire a deflazionare non facendo semplicemente copia e incolla...
“Questo è sicuramente un problema, ma il problema più grave credo resti quello della prescrizione, il cui decorso si dovrebbe arrestare dopo la sentenza di secondo grado”.

Ha colpito la frase di Giovanni Canzio, primo presidente della Cassazione, il quale ha sostenuto che bisogna aprire una finestra sulla qualità delle indagini dei Pm. Come mai non ci sono stati sufficienti rimbalzi e repliche?
“La questione è estremamente delicata: è necessario che le indagini siano gestite con grande oculatezza, avendo riguardo ai risultati effettivamente conseguibili. Si tratta di un tema sicuramente  degno di riflessione”.

Articolo pubblicato il 29 aprile 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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