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Quotidiano di Sicilia

Migranti: in Sicilia spesa da 383 mln
di Serena Giovanna Grasso

Risorse per le strutture d’accoglienza e per gli straordinari degli apparati pubblici (uffici, Esercito, Forze dell’ordine). Le ipotesi di Zuccaro e i costi per la collettività di un’emergenza divenuta cronica

Tags: Migranti, Sicilia, Ong



PALERMO – Continua a far discutere il polverone mediatico sollevato dal procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro. Due settimane fa, il magistrato ha puntato i riflettori su alcune Organizzazioni non governative impegnate nel soccorso ai migranti nel Mediterraneo, evidenziando il rischio che esse possano “essere finanziate dai trafficanti”. Un’affermazione fondata su un’intercettazione non utilizzabile processualmente, che documenterebbe il contatto telefonico tra Ong e scafisti. In più, queste organizzazioni “sospette” sono state accusate di “destabilizzare l’economia per trarne vantaggi personali”. Insomma, il procuratore etneo ha voluto evidenziare non tanto l’attività di queste associazioni impegnate a salvare delle vite umane, quanto chi, sfruttando l’attuale situazione presente nel Mediterraneo, traffica in esseri umani e specula in Italia sui centri di accoglienza e sulle risorse collegate.

Saranno le indagini a fare chiarezza su questi possibili collegamenti tra Ong e scafisti, ma ciò che è certo è che il procuratore Zuccaro ha avuto il coraggio di tornare con forza su una vicenda, quella dei migranti, che da anni sta condizionando la vita dell’Italia e della Sicilia, non soltanto per ciò che concerne l’ordine pubblico, ma anche dal punto di vista economico.

Come si legge nell’ultimo Documento di economia e finanza (Def) 2017, l’Italia ha stanziato fino a 4,6 miliardi di euro destinati proprio al capitolo immigrazione. Nei primi quattro mesi dell’anno, sono stati 43.245 i migranti che, riusciti a sfuggire da guerre, miseria e povertà, rischiando la propria vita sulle carrette del mare, sono giunti sulle coste italiane (dati del ministero dell’Interno aggiornati allo scorso 8 maggio). E gli sbarchi non accennano ad arrestarsi (è possibile leggere un approfondimento in materia a pagina 16). Una volta giunti in Italia, però, le difficoltà sono soltanto all’inizio: queste persone, infatti, devono fare i conti con un lungo e tortuoso processo che conduce all’ottenimento del permesso di soggiorno o, in caso di mancanza di requisiti, al rimpatrio. Un iter che prevede la permanenza all’interno di Cda (Centri di accoglienza), Cara (Centri di accoglienza per i richiedenti asilo) e Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati).

Secondo quanto disposto dall’articolo 20, al comma 3, del Decreto legislativo 25/2008, relativo alla permanenza degli stranieri all’interno dei Cara, “il richiedente è ospitato nel centro per il tempo strettamente necessario all’esame della domanda innanzi alla Commissione territoriale e, in ogni caso, per un periodo non superiore a trentacinque giorni”. Nei fatti, però, il tempo medio di permanenza si attesta sui dodici mesi, con punte massime di quindici mesi e si traduce, oltre che in un’estenuante attesa per la persona coinvolta, anche in un incredibile spreco di risorse pubbliche.

Stessa cosa accade con riferimento agli Sprar: in questo caso, i tempi massimi di permanenza previsti dalla legge sono pari a sei mesi, ma nella realtà essi sono sempre raddoppiati e spesso anche triplicati.

Allo stato attuale, dunque, sembra abbia inciso in maniera poco rilevante quanto previsto dalla Legge 246/2014, che ha raddoppiato il numero di Commissioni territoriali (da dieci a venti) preposte a esaminare le domande pervenute dai richiedenti asilo. Inoltre, la stessa norma, per contribuire all’accelerazione dei tempi di trattazione delle richieste, ha semplificato il procedimento facendo diventare regola l’esame del migrante davanti un solo componente e non all’intera commissione (in precedenza tale procedura costituiva soltanto un’eccezione).

L’obiettivo di ridurre i tempi di permanenza dei migranti è stato quindi mancato, anche in considerazione della Circolare n. 1724 del 20 febbraio 2015 del ministero dell’Interno, che chiarisce come il diritto di accesso alle misure di accoglienza all’interno dei Cara permanga per i richiedenti asilo anche successivamente alla decisione di rigetto della domanda da parte della Commissione territoriale, fino alla scadenza del termine per l’impugnazione e fino alla decisione sull’istanza di sospensione.

Ma quanto incidono queste lente e farraginose procedure sui conti del nostro Paese? Come documentato nel “Rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia – Aspetti, procedure problemi”, presentato dal ministero dell’Interno nell’ottobre 2015, il costo medio giornaliero per migrante ospitato in strutture di accoglienza diverse dagli Sprar è pari a 26,51 euro, mentre nelle strutture Sprar il costo sale a 32,40 euro. Dunque, partendo da questi costi, è possibile calcolare una spesa pari a 1.463.420.926 euro per i migranti ospitati nelle strutture italiane differenti dagli Sprar e 282.251.142 euro per i migranti ospitati negli Sprar italiani, per un costo complessivo ammontante a 1.745.672.068 (calcolato per un tempo medio di permanenza di 365 giorni). Nel dettaglio, in Sicilia la spesa è pari a 51.537.708 euro per gli Sprar e 78.541.309 euro per le altre strutture, complessivamente 130.079.018 euro.
Se si rispettassero i tempi dettati dalla legge, si risparmierebbero complessivamente 1.464.605.108 euro (1.323.092.892 euro per l’accoglienza nei Cara e Cda e 14.1512.216 euro per l’accoglienza negli Sprar), di cui 96.849.404 euro in Sicilia.

Ma come dimostrano i 4,6 miliardi inseriti nel Def, la spesa per le strutture di accoglienza è solo una parte del costo complessivo destinato ai migranti. È necessario infatti aggiungere i costi per gli apparati (uffici pubblici, Esercito, Forze dell’ordine), le cui risorse vengono distratte dall’ordinario per affrontare questa emergenza ormai divenuta cronica. Se a quanto inserito nel Documento di economia e finanza si sottraggono i già citati 1,7 miliardi necessari per le strutture di accoglienza, ecco venir fuori altri 2,8 miliardi di euro per gli extra di istituzioni e altro ancora.

Il costo complessivo per la Sicilia è stimabile intorno ai 383 milioni di euro: un importo ottenuto dal rapporto tra i 4,6 miliardi di euro e i 60 milioni di abitanti italiani, così da ottenere il costo procapite pari a 77 euro, e il successivo prodotto tra l’importo a cranio e i cinque milioni di abitanti siciliani.

Il tutto senza contare l’aggravio che ricade sugli uffici pubblici, basti pensare alle parole pronunciate dal presidente della Corte d’Appello di Catania, Giuseppe Meliadò, nel corso del Forum pubblicato sul QdS del 29 aprile scorso: “Dobbiamo far fronte a necessità indicibili. I migranti stanno mettendo a dura prova le strutture giudiziarie catanesi. La maggior parte dei migranti fa richiesta di asilo e tali richieste sono accentrate presso la prima sezione civile del Tribunale”.
L’emergenza immigrazione, insomma, sembra ancora ben lontana dal vedere una luce alla fine del tunnel.

Articolo pubblicato il 09 maggio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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