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Rifiuti risorsa, Regione siciliana da buttare
di Rosario Battiato

Nel Nord Italia e in tutta Europa gli impianti per trasformare la spazzatura in energia sono la normalità. Sicindustria: “In Sicilia mancano regole e tempi certi. Troppo rischioso investire”

Tags: Rifiuti, Sicilia, Sicindustria, Raccolta Differenziata, Ispra, Gregory Bongiorno



PALERMO – Investire in Sicilia non è semplice: lentezze burocratiche e assenza di programmazione paralizzano anche quegli impianti in grado di generare benefici in termini di nuova occupazione qualificata e miglioramento della situazione ambientale. È il caso degli impianti di valorizzazione energetica dei rifiuti, che in Europa rappresentano un punto fermo della gestione del ciclo e un grande affare economico, mentre nell’Isola, nonostante le molteplici aperture del governo Crocetta e le richieste dell’esecutivo nazionale che vanno avanti da tre anni, non riescono ancora ad avere un iter ben definito. 

I buoni risultati raggiunti dai comuni siciliani in termini di differenziata (circa il 20%, dato 2016) non colmano un ritardo ancora decisivo rispetto a una media nazionale che, l’anno prima, aveva già registrato valori superiori di quasi trenta punti percentuali. La differenziata è determinante per far funzionare il sistema e soprattutto per permettere di condurre 700 mila tonnellate di rifiuti isolani, stimate dal governo nazionale due anni fa, verso gli impianti di valorizzazione energetica che in Sicilia sono ancora lontanissimi.

Uno studio dell’esecutivo, diffuso nell’estate scorsa, aveva conteggiato questa cifra sulla base di una raccolta differenziata al 65% e tarata su una produzione da 2,2 milioni di tonnellate che avrebbe dovuto produrre una quota indifferenziata da 800 mila tonnellate da passare agli impianti di trattamento preliminari per la produzione finale di circa 543 mila tonnellate come rifiuti combustibili e altri prodotti. Altre 155 mila tonnellate sarebbero arrivate dagli scarti della raccolta di rifiuti urbani differenziati.

Il governo romano ci prova da tempo a convincere la Sicilia: già nello Sblocca Italia (approvato con legge di conversione 11 novembre 2014) all’articolo 35 aveva previsto questi impianti da “realizzare per coprire il fabbisogno residuo, determinato con finalità di progressivo riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale e nel rispetto degli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio, tenendo conto della pianificazione regionale”. La Sicilia era tra le regioni chiamate in causa.

Eppure a distanza di tre anni niente è cambiato mentre altre realtà hanno ormai consolidato la propria posizione. L’ultimo rapporto dell’Ispra ha censito in Italia 41 impianti che trattano 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti. La Sicilia, che è stata richiamata dal governo nazionale in diverse occasioni a prendersi la sua fetta di responsabilità e di vantaggi, è a quota zero, assieme ad Abruzzo, Umbria, Liguria e Valle d’Aosta. Nel resto d’Italia i numeri sono impressionanti: tra il 2005 e il 2015 il recupero dell’energia elettrica è passato da 2,6 milioni di MWh a oltre 4,3 milioni, mentre il recupero di energia termica ha raggiunto quota 2,7 milioni di MWh, due milioni in più rispetto alla prima rilevazione. In Europa la situazione è ancora più netta. Paesi come la Svezia hanno una ripartizione percentuale della gestione dei rifiuti che è un vero modello: il 50% dei rifiuti destinato all’incenerimento, poco più del 30% al riciclaggio e circa il 15% al compostaggio e alla digestione anaerobica e valori inferiori all’1% per la discarica. La situazione si presenta similare, con valori che si discostano di pochissimo, anche in Belgio (40% di incenerimento), Danimarca (più del 50%), Germania (più del 35%), Paesi Bassi (50%) (dati Eurostat 2014).

E la strada sembra tracciata anche per i prossimi anni, perché questi impianti sono un grande affare. Frost & Sullivan, un’azienda di consulenza statunitense che fornisce analisi e ricerche di mercato, ha diffuso ad aprile un dettagliato approfondimento sul mercato degli impianti di valorizzazione energetica del rifiuto in diverse aree europee, sottolineando come esista una tendenza ben precisa, grazie all’economia circolare, che agevolerà l’estrazione di energia dai rifiuti difficili da riciclare.

In questo senso assume una particolare valenza la modernizzazione degli impianti Wte (Waste to Energy). In Scandinavia, che è già la patria della valorizzazione, si prevede una crescita del numero di nuovi impianti, riporta la studio, mentre la Polonia è uno dei mercati più attraenti per le tecnologie di termovalorizzazione, infatti sarebbero in procinto di essere avviati cinque nuovi impianti con una capacità di oltre 1 milione di tonnellate all’anno.

Per il futuro, insomma, la strada è tracciata: nuovi impianti oppure investimenti per migliorare la qualità dei servizi di valorizzazione già esistenti e, in questo senso, è stato Akshaya Gomatam Ramachandran, l’analista che si è occupato dello studio, a spiegare come costi così importanti possano essere sviluppati soltanto tramite un partenariato pubblico-privato che veda il coinvolgimento di piccole e medie imprese innovative.

Un sogno destinato a infrangersi nell’immobilismo isolano
. Non soltanto perché la differenziata è ancora lontanissima dal raggiungere un livello ideale per avviare un ciclo virtuoso dei rifiuti, ma anche perché investire in Sicilia è complicato e rischioso.
Lo scorso gennaio c’erano state delle avvisaglie, tra cui importanti multinazionali che sembravano interessate a investire nel settore in Sicilia, ma di quelle suggestioni di concreto è rimasta soltanto la A2a, interessata alla costruzione di un termovalorizzatore per la trasformazione del combustibile solido secondario in energia, nell’ambito di un progetto di riqualificazione della vecchia centrale elettrica di San Filippo del Mela.
 

 
Intervista del QdS al vice presidente di Sicindustria Gregory Bongiorno
 
PALERMO – Gregory Bongiorno è il vicepresidente di Sicindustria. Lo abbiamo intervistato per capire, dal punto di vista degli imprenditori, perché la Sicilia è ancora così indietro nella realizzazione degli impianti di valorizzazione energetica del rifiuto.
A suo avviso, perché la Sicilia è una delle poche regioni italiane che non ha ancora impianti di valorizzazione energetica del rifiuto?
“Qualsiasi investimento, per essere portato avanti, richiede la presenza di regole certe. In questo specifico settore produttivo, ormai da anni, in Sicilia manca una reale programmazione. Si passa da un’emergenza all’altra con interventi tampone. A queste condizioni è oggettivamente difficile pensare di trovare qualcuno disposto ad investire. Il rischio è troppo alto. Di contro, altre regioni che hanno programmato definendo tempi e regole, si ritrovano adesso con una buona dotazione impiantistica, sia pubblica sia privata”.

Quali sono gli ostacoli che hanno impedito, e tuttora impediscono, l’avvio dell’iter per la realizzazione degli impianti? 
“Il primo in assoluto è legato ai tempi di rilascio dei provvedimenti autorizzatori. La legge prescrive che la competente amministrazione, ossia la Regione nel caso della Sicilia, è tenuta a dire sì o no entro 150 giorni dalla presentazione della richiesta. Ma questo non avviene quasi mai. Altro oggettivo ostacolo è rappresentato dalla bagarre mediatica, spesso alimentata da disinformazione, che sovente caratterizza l’iter per una procedura autorizzatoria”.

Avete fatto delle stime in merito all’occupazione e agli utili che potrebbero derivare dalla lavorazione delle 700mila tonnellate di rifiuti che il governo nazionale ha chiesto alla Sicilia di valorizzare nel territorio siciliano?
“Non abbiamo una stima specifica sulla questione. Posso però dire che di certo nuovi investimenti in questo settore creerebbero nuova occupazione e quindi economia sia nella fase realizzativa che, successivamente, in quella gestionale. Ma vi è di più. Si creerebbe infatti una occupazione qualificata capace di utilizzare nuove tecnologie già in uso a molti paesi europei. E, per ultimo, andare avanti in questa direzione vorrebbe dire avere finalmente raggiunto livelli ragguardevoli di raccolta differenziata che, al momento, con circa il 20% (dato 2016) resta di quasi trenta punti inferiore alla media nazionale, che si attesta intorno al 47%”.

Articolo pubblicato il 31 maggio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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