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Rischio tsunami, Sicilia sotto osservazione
di Rosario Battiato

Ingv, Cnr, La Sapienza: avviato un progetto scientifico per monitorare le faglie sismiche dello Ionio e dello Stretto. Nel Novecento mappati cinque eventi nei pressi dell’Isola: nel 1908 il più catastrofico con migliaia di morti

Tags: Tsunami, Sicilia, Ingv, Cnr



PALERMO – La fragilità del territorio isolano, ben nota in superficie a livello idrogeologico e sismico, si estende anche nei fondali che lo circondano, spesso in aree prossime a quelle antropizzate. Insomma, c'è un pericolo che viene dal mare. E non si tratta soltanto di vulcani sommersi – celebre il caso del Marsili, il più grande d'Europa e localizzato nel Tirreno tra Palermo e Napoli – ma anche di fratture della costa che possono dare origine a terremoti, eruzioni, frane sottomarine e maremoti (o tsunami). L'esperienza, del resto, insegna: sono più di 15 i maremoti segnalati nei dintorni dell'Isola dal Catalogo degli tsunami euro-mediterranei (Emtc) stilato dall'Ingv, cinque solo nel Novecento.

La Sicilia non è sola.
Dal maggio di quest'anno è stato avviato un nuovo progetto scientifico (Seismofaults), sottoscritto  da Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr di Roma e Bologna), Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv di Roma, Palermo e Gibilmanna) e l'Università di Roma “La Sapienza”, che si propone di monitorare ed esplorare da vicino le faglie sismiche del Mar Ionio e dello Stretto di Messina.

Il progetto è cominciato circa un mese fa,
quando il team scientifico del progetto, con l'assistenza della nave Minerva Uno e del suo equipaggio marittimo gestito dalla Sopromar, ha installato sui fondali del Mar Ionio, alla profondità di circa 2.600 metri, otto sismometri e due moduli con sensori geochimici. Strumenti piazzati in luoghi strategici, perché considerati prossimi agli epicentri dei potenziali terremoti e utili per registrare i movimenti del suolo in caso di eventi sismici e le emissioni gassose del fondale ionico per circa 12 mesi.

Alla fine del periodo di osservazione, gli strumenti verranno recuperati per procedere a un eventuale riutilizzo altrove. I dati raccolti permetteranno di individuare e definire le faglie potenzialmente a rischio e gli tsunami catastrofici.

Il 17 febbraio scorso, inoltre, è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale la direttiva del presidente del Consiglio dei ministri che istituisce, sotto il coordinamento del dipartimento della Protezione civile, il sistema di allertamento nazionale per i maremoti (Siam) generati da terremoti nel Mar Mediterraneo. I terremoti sono i principali responsabili degli tsunami (circa l'80% dei casi studiati), ma non sono gli unici. Il Centro opera sette giorni su sette senza sosta e valuta la possibilità che un determinato terremoto, con epicentro in mare o nelle vicinanze, posso generare uno tsunami, calcolando anche i tempi medi attesi per l'arrivo sulle coste. Il sistema opera in stretto contatto col dipartimento della Protezione civile che dovrà incaricarsi di allertare le strutture competenti e raggiungere la popolazione interessata.

Prevenzioni necessarie per la Sicilia. L'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ha realizzato il Catalogo degli tsunami euro-mediterranei (Emtc) che raccoglie oltre 290 tsunami a partire dal 6150 ac. Nell'imminenza delle coste isolane ne sono stati registrati circa 15 e vanno dal 1169 (il più antico registrato) nella Sicilia orientale al più recente del 1990 con l'onda anomala ad Augusta, causata dal cosiddetto terremoto di Santa Lucia (magnitudo 5.4).

In mezzo alcuni degli eventi più noti e catastrofici della storia come quello del 1908 (Messina e Reggio Calabria, oltre 80 mila vittime), ma anche quello nella Val di Noto del 1693. Per restare in tempi più recenti, ci sono anche da segnalare l'evento del 1940 nel golfo di Palermo e l'altro, molto più contenuto, che ha coinvolto, nel 1988, Vulcano e Lipari nelle Eolie.

Articolo pubblicato il 28 giugno 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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