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Quotidiano di Sicilia

Il vigile multa, ma il siciliano non paga
di Rosario Battiato

Corte dei Conti: crescono le sanzioni legate al Codice della strada (+51% in tre anni), ma gli incassi sono bassissimi. A Palermo si riscuote soltanto la metà. A Catania, invece, meno del 10%

Tags: Multa, Auto



PALERMO – In Sicilia, tra il 2013 e il 2015, l’incasso potenziale delle sanzioni relative al Codice della strada è passato da 80 a 114 milioni. Una crescita del 51%, secondo i dati della Corte dei Conti, che merita un’analisi più approfondita: mediamente 84 sanzioni su 100 sono elevate dalla Polizia locale (dati Aci), eppure i Comuni siciliani, di questo potenziale patrimonio, spesso non riescono a incassarne nemmeno la metà, a volte molto meno. Inoltre, il dato pro capite delle sanzioni effettuate nell’Isola è un quinto di quello del Lazio e la metà di quello piemontese. Due fattori che incidono direttamente sulla sicurezza dei siciliani, dal momento che il 50% degli introiti delle sanzioni, come previsto dalla legge, dovrebbe essere vincolato al miglioramento delle strade.

I Comuni italiani hanno trovato un filone d’oro, almeno in termini potenziali. Nel triennio 2013/2015, secondo la Corte dei Conti (Relazione sulla gestione finanziaria degli Enti locali diffusa lo scorso febbraio), le entrate da violazione del Codice della strada sono passate in Italia da 1,3 miliardi del 2013 a poco meno di 1,7 nel 2015, con una crescita del 30% tra queste due rilevazioni e del 45,58% tra il 2014 e l’anno successivo. Una percentuale positiva dovuta a diversi fattori e non solo alla crescita delle sanzioni. La Corte, infatti, ha spiegato che hanno inciso anche le “nuove modalità di contabilizzazione di tali entrate previste dai principi della contabilità armonizzata e al superamento, dunque, della prassi dell’accertamento per cassa osservata, in via prudenziale, da molti Enti fino al 2014”.

Numeri che la magistratura contabile ha inquadrato in maniera specifica, attribuendogli il giusto peso: “Valenza centrale tra le entrate extra-tributarie rivestono le entrate rivenienti da sanzioni per violazioni del Codice della strada che soggiacciono a una rigorosa finalizzazione predeterminata ex lege volta a tutelare il conseguimento e il mantenimento degli equilibri di bilancio precludendo di destinare risorse – tendenzialmente aleatorie e incerte nel loro ammontare – al finanziamento di spese correnti di natura stabile”.

I Comuni isolani, poco incisivi negli anni passati, hanno realizzato una crescita record. Tra il 2013 e il 2015, “le entrate da violazione al Codice della strada – accertamenti in conto competenza” degli Enti locali isolani hanno visto un’impennata decisa, visto che sono passate da 79,3 milioni a 114 milioni di euro all’anno. Un balzo congelato soltanto nel 2014, quando la cifra incassata era stata di 75,7 milioni di euro, cioè 4 in meno rispetto all’anno precedente. A fare due conti, si definisce anche la porzione sul totale: nel 2015 il dato regionale vale il 7% del totale nazionale ed è il sesto valore in assoluto tra il totale calcolato per le varie regioni. Non ci sono paragoni in termini di crescita: il rapporto tra il 2015 il 2013 è il terzo più elevato, dopo Puglia e Marche, e la differenza tra 2015 e 2014 è di sei punti percentuali più in alto di quella nazionale (51,26 contro 45,58). Sembra tanto, ma potrebbe essere molto di più. I dati siciliani, infatti, sono minimi se rapportati alla popolazione: circa 22,9 euro pro capite rispetto ai 97 del Lazio, ai 33 della Toscana o ai 41 del Piemonte. Eppure la Polizia locale non manca.

Ma c’è anche un altro e più gravoso problema: i siciliani non vogliono pagare. Lo ha certificato sempre la Corte dei Conti, portando l’esempio del Comune di Palermo con una bassa capacità di riscossione delle entrate “da sanzioni per violazione del Codice della strada (il 25% nel 2012 e il 49,6% nel 2013)” motivate da multe per quasi 30 milioni di euro e riscossione per circa la metà. I magistrati contabili hanno evidenziato anche la situazione del Comune di Catania, con “entrate riscosse in conto competenza relative alle sanzioni per la violazione del Codice della strada, che si mantengono al di sotto del 10% dei relativi accertamenti, con una esigua percentuale di riscossione anche in conto residui”. Nel caso del comune etneo, in particolare, a fronte di quasi 19 milioni di euro di accertamenti (2014), è stato riscosso poco più dell’8% (1,5 milioni di euro).

C’è un altro problema che si lega a quello della riscossione. I Comuni isolani provano a fare le sanzioni, incassano poco e quindi non riescono a investire adeguatamente. Le spese incassate dalla sanzioni, come previsto dall’ex articolo 208 del Dlgs 285/1992, devono infatti essere destinate nella misura del 50% del gettito realizzato a vari interventi di manutenzione stradale (ammodernamento, segnaletica, sicurezza, etc...). Ma non è sempre così: lo testimonia la contestazione della Corte dei Conti al Comune di Palermo per il “mancato rispetto del vincolo di destinazione dei proventi da sanzioni amministrative per violazione del codice della strada”. Il dato era di poco inferiore al 50%, anche se l’Ente locale ha poi disposto delle controdeduzioni in materia. Il ragionamento, tuttavia, serve solo come esempio: incassando cifre adeguate, magari l’80% delle sanzioni, i Comuni potrebbero potenzialmente investire di più nella sicurezza stradale.
 

 
Interventi non sufficienti e rischi sempre maggiori
 
PALERMO - Le spese dei Comuni siciliani nel capitolo per viabilità (manutenzione stradale, ridisegno delle strade, costruzione di infrastrutture e installazione arredo urbano), non sono ancora adeguate alle migliori realtà nazionali. La rilevazione di openbilanci.it, sulla base dei bilanci consuntivi 2014 (gli ultimi disponibili sul portale che raccoglie i bilanci di tutti i comuni nazionali), vede Catania, nella graduatoria delle città con popolazione superiore a 200 mila abitanti, al settimo posto con una spesa pro capite pari a 34,79 euro, cioè al penultimo posto (solo Napoli riesce a spendere meno), e al 93esimo posto se la inseriamo nella graduatoria delle città con popolazione superiore a 50mila abitanti. Un po’ meglio Palermo con 46,81 euro pro capite, 74esima posizione tra i comuni con popolazione superiore ai 50mila abitanti.
Le strade isolane restano comunque un pericolo, in particolare quelle urbane. Secondo gli ultimi dati dell’Istat in materia, nel 2015 il maggior numero di incidenti automobilistici isolani si è verificato proprio in queste arterie viarie (8.797, 81% del totale), registrando 99 morti (44% del totale regionale) e oltre 12 mila feriti (77%). Le strade del comune capoluogo sono le più pericolose, con 2.405 incidenti, seguite da Catania (2.176) e da Trapani (1.275). Tra le cause di incidente registrate, ce ne sono 240 che fanno riferimento a ostacoli accidentali e/o buche etc. Gli incidenti hanno un costo umano non quantificabile, ma anche uno economico. L’Istat ha stimato che il costo sociale degli incidenti in Sicilia è stato pari a 1,1 miliardi di euro, cioè 224,8 euro procapite. Soltanto tra Catania e Palermo il peso degli incidenti vale circa 220 milioni di euro all’anno.
 


La scommessa è ridurre l’utilizzo dell’auto privata
 
PALERMO – La posizioni dell’Anci nazionale è stata ribadita in una nota diffusa a metà giugno. L’Associazione dei Comuni ha sottolineato come l’incasso del 2016 sia stato di 1,4 miliardi, in crescita minima rispetto a 1,3 del 2015. Per il periodo 2013-2016, i dati del sistema Siope del ministero del Tesoro registrano un livello “stabile” e “anche isolando il dato delle grandi città gli incassi delle multe si collocano stabilmente a circa 535 milioni di euro nell’intero periodo segnalato”. Del resto, spiegano dall’Anci, “i proventi, inoltre, continuano a essere destinati alla viabilità e alla manutenzione delle strade; anzi la nuova norma, che non riguarda purtroppo i comuni ma gli altri enti locali, migliora la destinazione delle risorse”.
L’associazione dei Comuni ha sottolineato che il 44% degli incidenti stradali con vittime (dati Istat) si verifica nelle strade urbane e sottolinea che “in campi così delicati, il dibattito sul rispetto delle regole, stabilite non dai Comuni ma dal Codice della strada, dovrebbe prescindere da polemiche”. L’Anci ha inoltre aggiunto che i sindaci sono impegnati a migliorare la mobilità e la fruibilità delle città anche tramite l’utilizzo dei mezzi pubblici rispetto al mezzo privato: “È la sfida del futuro: qualità dell’ambiente e mezzi non inquinanti; ogni controllo è anche finalizzato a far rispettare il bene comune di tutti i cittadini”.

Articolo pubblicato il 11 luglio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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