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Borsellino, nel giorno del ricordo l'amarezza per la verità negata
di Redazione

Grasso: “Ottenuti molti successi, ma la ‘cosa nostra’ capace di sparire dai radar non è ancora sconfitta”. Tante ferite aperte. Manfredi: “Mio padre lasciato solo”. Il fratello: “Depistaggi”

Tags: Paolo Borsellino



PALERMO - Sono passati 25 anni da quel 19 luglio 1992, giorno in cui un’autobomba esplose in via Mariano D'Amelio uccidendo il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della Polizia di Stato che lo scortavano: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina. Una giornata, quella dell’anniversario di ieri, densa di dibattiti e manifestazioni, ma anche di amarezza, tanta amarezza, perché di questa strage mafiosa ancora non si conosce tutta la verità e troppe ferite restano aperte e doloranti.

MANFREDI: “MIO PADRE LASCIATO SOLO” - A cominciare da quelle ferite ricordate dal figlio Manfredi. “Sin dai primi giorni successivi alla sua morte, circolava la voce che egli fosse andato incontro ‘rassegnato’ a questo infausto destino. Bene, ciò non corrispondeva affatto a verità: mio padre amava in modo viscerale la vita e le tante piccole o grandi sorprese che questa riserva, sì da apparirmi inverosimile che egli andasse incontro alla morte ritenendola in quel momento un evento ineluttabile”, ha ricostruito Manfredi Borsellino in una nota per il Sir - Servizio Informazione Religiosa. “In verità abbiamo assistito alla morte di un uomo lasciato solo in un momento storico in cui occorreva massima coesione e distribuzione della responsabilità, anche all'interno degli uffici giudiziari. Tuttavia noi non abbiamo alcun rammarico, poiché se la morte di mio padre, unitamente a quella di tanti altri servitori dello Stato, è servita a svegliare dal torpore tante coscienze, ciò ci ripaga della sua assenza”.

GRASSO: “IL SORRISO DI PAOLO” - Anche il presidente del Senato Pietro Grasso ha commemorato in Aula il giudice Borsellino. “Il 19 luglio è un giorno che racchiude in sè dolore, emozione e pensieri, ricordi, bilanci e promesse che trovano spazio all'ombra dell’ulivo piantato nel luogo in cui quel tremendo boato trascinò con sé la loro vita e sotto il quale oggi si ritroveranno centinaia di ragazze e ragazzi. Il dolore e lo sconforto confondono e ridisegnano la nozione che abbiamo del tempo: ecco come 25 anni - o 57 giorni - sembrano interminabili e, al tempo stesso, volati via in un attimo. La quiete di una domenica qualunque d'estate si trasformò, in un istante, in una ferita che non potremo mai sanare”.
“Di Paolo Borsellino - ha aggiunto Grasso - voglio in questa solenne occasione ricordare soprattutto il sorriso. Era un uomo solare, simpatico, affabile. Professionalmente aveva un eccezionale talento, una passione viscerale e una ineguagliabile capacità di superare fatica e delusioni. Sapeva sempre dare il giusto consiglio ai colleghi più giovani: me ne ha dati tanti, preziosissimi, quando iniziai a studiare le carte del maxiprocesso. Dopo il 23 maggio 1992 l’espressione di Paolo si trasformò in una maschera di tensione e di dolore. Fu chiamato dalla sua coscienza a raccogliere il lascito pericoloso del suo amico e collega, e sebbene fisicamente e moralmente distrutto per la perdita di Giovanni, ne assunse la pesante eredità con la precisa consapevolezza che presto avrebbe seguito il suo destino; aveva deciso di continuare e si era buttato senza un attimo di tregua nelle indagini, imponendosi ritmi massacranti con l’ansia di una vera lotta contro il tempo. Borsellino ha saputo, con la fermezza e la dedizione di un uomo innamorato del suo Paese, dare a tutti noi una grande lezione di coerenza e di senso del dovere”.
“Nel nome di Borsellino - ha concluso - e in quello di tutti i caduti innocenti per mano mafiosa, abbiamo in questi 25 anni ottenuto molti successi nel contrasto alla criminalità organizzata: abbiamo sconfitto la ‘cosa nostra’ violenta, sanguinaria e stragista, ma non ancora quella capace di mutar pelle, di sparire dai radar dell’opinione pubblica e di infiltrarsi a tutti i livelli nella società, nella politica e nella Pubblica amministrazione. Non sono mancati momenti nei quali la mafia ha tentato dei colpi di coda che ne dimostrano più la debolezza che la forza: penso, ad esempio, ai recenti atti di vandalismo inferti alle statue di due grandi uomini dello Stato, Giovanni Falcone e Rosario Livatino”.

NON INDUGIARE - “A distanza di 25 anni, mai come adesso non si deve indugiare nella retorica del ricordo fine a se stessa. Il tema della legalità, ma ancora di più quello della credibilità delle istituzioni, è più che mai attuale”, ha detto Lucia Borsellino, sorella del giudice Paolo, intervenendo nel Plenum del Csm, in ricordo di Paolo Borsellino. “Gli uomini delle istituzioni devono improntare la loro attività a servizio della collettività”, ha aggiunto, “e il fardello della responsabilità va condiviso sempre per evitare l'isolamento o la delega a singoli uomini”.
“La storia di mio padre - ha detto poi la figlia Fiammetta - per tutti questi anni, noi figli abbiamo deciso di viverla in una dimensione privata del dolore, nel ricordo e nella convinzione che le istituzioni in tutti questi anni si impegnassero nella ricerca della verità, ma la verità non è stata ancora trovata e giustizia, a distanza di 25 anni, ancora non è stata fatta”.

I DEPISTAGGI E LA SPERANZA - “Sono stati 25 anni di depistaggi, di macigni messi sulla strada della giustizia, 25 anni di muri di gomma - ha aggiunto Salvatore Borsellino, presente in via D'Amelio - chiedere giustizia non dovrebbe essere un compito solo dei familiari delle vittime, tutti dovrebbero scuotersi dalla loro indifferenza, tutti gli italiani devono chiedere e hanno diritto alla verità. Il nostro Paese oggi sarebbe diverso se non ci fossero state quelle stragi. Spero nei giovani, forse loro chiederanno in massa verità e giustizia, come sperava Paolo e anche io fondo la mia speranza su quella di Paolo. Memoria e lotta - ha concluso - per me sono intrecciate, non voglio sentire parlare di ricordo perché il ricordo si fa una sola volta l’anno”.

L'EREDITA' DI BORSELLINO - “La prima eredità che ci ha lasciato Paolo Borsellino è il coraggio della verità ma anche il dovere della verità che dobbiamo cercare tutti. La testimonianza che ha dato Borsellino di impegno e responsabilità nella sua professione è importante, oggi non si chiede solo una lettura giudiziaria ma si chiede di approfondire anche le responsabilità politiche che ci sono state. Oggi più che mai occorre che a parlare siano uomini delle istituzioni, dando un loro contributo alla ricerca della verità”, ha detto don Luigi Ciotti, a margine delle iniziative in via D’Amelio.

Articolo pubblicato il 20 luglio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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