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In Sicilia due società partecipate su cinque non sono operative
di Serena Giovanna Grasso

Secondo il rapporto Ires-Cgil, nell’Isola si contano 354 aziende pubbliche e 15.713 addetti. Ben 145 di queste sono inattive e impiegano 4.642 unità: la gran parte di questi lavoratori opera all’interno di società con procedure di liquidazione in corso (4.043 unità)

Tags: Partecipate, Sicilia



PALERMO – Sfiorano quota 9.000 (precisamente se ne contano 8.893) le società partecipate italiane. Secondo la fotografia scattata dallo studio Ires-Cgil, ben 354 sono le siciliane. L’istituto, diventato un comodo strumento per aggirare i blocchi di assunzioni di personale pubblico, ha iniziato a conoscere il suo sviluppo negli anni Novanta. Ma è dal decennio successivo che, con la scusa di rendere più efficienti i servizi pubblici vestendoli in abito privatistico, si raggiunge la massima espansione.

Complessivamente a livello nazionale le società pubbliche impiegano 783.974 persone: 21.657 di queste si trovano nell’ambito di società non attive o con in corso procedure concorsuali o di liquidazione. In Sicilia si contano in totale 15.713 addetti: quasi uno su tre è impiegato in una società non attiva, il valore più elevato a livello nazionale sia in termini assoluti (4.642) che percentuali (29,5%). Proprio l’Isola è la regione con la più alta incidenza percentuale di enti censiti non operativi (ben 145, ovvero il 40% del totale).

Nella nostra regione, il grosso degli addetti impiegati in enti non operativi si riscontra nell’ambito di società con procedure di liquidazione in corso: si parla, infatti, di 4.043 unità (l’87% del totale). Dunque, un inutile costo che si sostiene e si continuerà a sostenere per chissà quanti altri anni ancora. Infatti, i tempi necessari alla chiusura delle partecipate sono a dir poco biblici. Nel lontano 1999 l’Ars approvava la legge di liquidazione dell’Ente per la promozione industriale (Espi) e dell’Ente minerario siciliano (Ems). Sono passati ben diciotto anni, eppure i due enti esistono ancora: la chiusura non si è mai completata. Dunque, continuano ancora ad essere pagati i costi per i compensi e per le spese di funzionamento.

Per non parlar poi delle 70 società partecipate siciliane che fatturano meno di 500 mila euro l’anno (sono 1.369 in Italia), per le quali dunque i costi saranno decisamente superiori rispetto agli introiti. Addirittura in nove casi, il numero di amministratori è maggiore al numero di addetti. Sono poi 51 gli enti privi di addetti per i quali sussistono comunque le spese di funzionamento. Mentre sono cinque le società che in tre anni su quattro hanno ricevuto valutazioni negative.

Saranno proprio le società senza dipendenti e quelle che hanno chiuso in perdita le prime protagoniste dalla revisione straordinaria disposta dal decreto attuativo della delega Madia. Nel dettaglio, saranno interessate le società strumentali “doppione” che producono beni e servizi per gli enti locali, ovvero quelle aziende che operano in settori già coperti da altre partecipate dallo stesso ente. Dunque, resteranno salve, almeno per il momento, le società che si occupano di servizi di interesse generale (come acqua e gas). Il numero preciso è ancora incerto, ma fonti ministeriali parlano di 2.300 società che entro il 30 settembre dovrebbero essere coinvolte dai piani di razionalizzazione disposti in seguito alla riforma e che quindi potrebbero essere chiuse, ristrutturate o fuse con altre società.

In particolare, saranno 25.855 gli addetti coinvolti nel piano di razionalizzazione. Ma se i parametri fissati dal cosiddetto taglia-partecipate saranno attuati pienamente, gli addetti coinvolti nei processi di revisione potrebbero arrivare a quota 150 mila. Anche le società pubbliche destinate a sopravvivere sono chiamate ad effettuare una ricognizione dei proprio organici alla ricerca di esuberi.

Articolo pubblicato il 21 luglio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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