Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia � su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

Province: la Casta colpisce ancora
di Eleonora Fichera

Con un colpo di spugna agostano, l’Ars ha ripristinato le cariche politiche cancellando la riforma di Crocetta. Tornano le elezioni dirette, ma il Governo impugnerà il provvedimento

Tags: Ex Province, Ars



PALERMO - Sono riapparse, come per magia, le ex Province. Dopo quattro anni trascorsi ad attenderne la definitiva abolizione, alla vigilia di Ferragosto, l’Ars ha deciso di fare marcia indietro. Con una mossa a sorpresa, infatti, l’Assemblea ha dato il via libera al disegno di legge che reintroduce l’elezione diretta di presidenti e consiglieri (meccanismo abrogato con la riforma che ha introdotto i Liberi Consorzi e le città metropolitane i cui amministratori, secondo la legge, devono essere scelti con il voto di secondo livello) con tanto di relativi gettoni di presenza.

Il Ddl, approvato lo scorso mese dalla commissione Affari istituzionali (unici voti contrari, quelli del Movimento cinque stelle), era da tempo all’Ordine del giorno ma, ma tra i continui rinvii per mancanza di numero legale e gli scontri in Aula, la sensazione era che la votazione sarebbe slittata a settembre. Nell’ultima seduta prima della pausa estiva, invece, i deputati siciliani hanno doppiamente stupito i cittadini: chiedendo la discussione immediata del Ddl e raggiungendo il numero legale obbligatorio per procedere alla votazione. Situazione, questa, completamente ribaltata subito dopo il parere positivo al Disegno di legge, quando il numero legale è nuovamente venuto a mancare. Un modus operandi che sembra mettere in luce le reali intenzioni dei deputati isolani: più che un’improvvisa presa di responsabilità, infatti, il voto è apparso come strenua difesa delle poltrone. A sottolineare il paradosso, lo stesso presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone. "Sulle Province - ha dichiarato - c’è stato il gioco dell’oca. Dopo il voto sull’elezione diretta ho proposto all’Aula di affrontare il Ddl sul Cas, ma è venuto a mancare il numero legale. L’impressione che si dà all’esterno è che siamo interessati più alle poltrone che al resto”.

Dal canto loro, i firmatari del Ddl, hanno tirato in ballo giustizia e democrazia diretta. “Torna l’elezione diretta - ha esultato il deputato di Forza Italia, Vincenzo Figuccia – e così abbiamo messo fine alla riforma più strampalata di Rosario Crocetta. Le ex Province sono state massacrate da scelte scellerate del Pd per cinque anni. Ora si vede un po’ di luce. Torna la democrazia, con il voto a suffragio universale".

Su tutte le furie, invece, l’assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici. “La decisione del parlamento siciliano - ha dichiarato - è una palese violazione della norma nazionale che ha avuto da parte della stessa Assemblea regionale il suggello di grande riforma economico sociale, da applicare anche in Sicilia. Pensare di riportare i cittadini al voto senza che si attenda un riordino della materia da parte dello stesso parlamento nazionale, rappresenta uno spot che servirà soltanto a fare propaganda elettorale. È evidente che questa legge sarà inevitabilmente impugnata dal Governo nazionale, determinando un ulteriore condizione di caos sulle ex Province che purtroppo sono già state oggetto in questi anni di una legislazione incerta e precaria. Illudersi di poter fare da soli in Sicilia, quello che a oggi non è consentito dalla legge nazionale in tutta Italia, rappresenta solo il richiamo a un’autonomia malata. È un grave errore politico di cui personalmente prendo radicalmente le distanze".

Sulla stessa lunghezza d’onda, anche Leoluca Orlando, sindaco della Città metropolitana di Palermo e presidente di AnciSicilia. “Mentre si susseguono le emergenze sociali, economiche e ambientali – ha dichiarato – un’accozzaglia politica variegata usa il Parlamento per l’ennesima marchetta pre-elettorale volta unicamente a creare poltrone e indennità. Non oso immaginare cosa avverrà nelle ultime settimane di questa triste legislatura, quando ancora una volta il nobile strumento dell’Autonomia sarò violentato per fini elettorali e per tentare di tutelare vergognosi privilegi”.

Al di là delle considerazioni politiche del caso e della più che improbabile impugnativa, il voto dell’Ars ha riportato la Sicilia indietro di quattro anni, tagliando di fatto le gambe a una riforma che ha a lungo faticato ad affermarsi (senza mai riuscirci del tutto). Un iter travagliato che oggi sembra essere più lontano che mai dal suo completamento. Ai primi annunci a effetto, nei quali il presidente della Regione, Rosario Crocetta sbandierava ai quattro venti un’abolizione di fatto mai avvenuta, promettendo grandi risparmi e servizi migliori, sono seguiti solo pasticci. Dopo la Legge regionale 7/2013 e il disegno di legge n.833 presentato l’anno successivo, si è dovuto attendere il 2015 per la Legge regionale n.15 che, almeno nella volontà del legislatore, sopprimeva le Province regionali e istitutiva sei Liberi Consorzi (Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa, Siracusa e Trapani) e tre Città Metropolitane (Palermo, Catania e Messina). Tutto questo, però, solo in teoria.

Tralasciando il modo in cui è stata messa in piedi la legge (modificata e rimodificata negli anni a seguito delle impugnative del Governo nazionale, che ha accusato la Sicilia di “abuso di Autonomia”, errore nel quale, tra l’altro, si rischia adesso di ricadere), nei fatti a cambiare è stata solo la denominazione degli Enti. La riforma “monca” non è stata in grado di stabilire con chiarezza competenze e prerogative dei novelli Liberi Consorzi e così il caos generalizzato ha prodotto soltanto Enti perennemente a rischio dissesto, incapaci di garantire ai cittadini i servizi essenziali (mentre la mancata manutenzione di strade provinciali e scuole è un pericolo per tutti e gli alunni disabili rischiano di restare senza assistenza scolastica).

Tutto questo, senza alcun beneficio per le tasche dei contribuenti.
Dal 2014 a oggi, le spese correnti delle ex Province hanno raggiunto un miliardo e 250 milioni di euro (nel dettaglio: 423.865.080 € nel 2014, 389.013.229 nel 2015 e 434.379.610 nel 2016 secondo gli ultimi dati messi a disposizione dal Siope). Un miliardo e 250 milioni di euro spesi per mantenere apparati burocratici dalle competenze confuse e incapaci di garantire i servizi essenziali. Per contro, le spese in conto capitale si sono assestate a circa 150 milioni di euro (68.276.801 € nel 2014, 58.142.721 nel 2015 e 30.548.306 nel 2016).

La riforma, inoltre, nella sua definizione originaria puntava alla soppressione di Consigli, Giunte e consulenti esterni, ottenendo, così un risparmio annuo di circa 10 milioni di euro. Tagli che rischiano di andare in fumo dopo l’inversione di rotta dell’Ars e l’ennesimo, clamoroso, flop del governo Crocetta.
 

 
Le finanze sempre più in rosso. Il dissesto resta dietro l’angolo
 
PALERMO - Tra incertezze e disastri, e con l’avvicinarsi del voto regionale di novembre, cosa resta delle ex Province, agli sgoccioli del Governo Crocetta? Le condizioni finanziarie degli Enti appaiono disastrose. Le tre Città metropolitane, a oggi, non sono state in grado di chiudere il Bilancio e hanno ottenuto una proroga al prossimo 30 settembre. Intanto, la scarsità di trasferimenti mette a dura le finanze dei Liberi Consorzi. Secondo il responsabile Csa del dipartimento ex Province, Santino Paladino, “il trasferimento per consentire un livello minimo di servizi non dovrebbe essere inferiore a 183 milioni di euro. L’assessore al Bilancio Alessandro Baccei aveva affermato che la Regione ha portato lo stanziamento dai 20 milioni del 2015 a 140 del 2017. I dati della Corte dei Conti evidenziano invece che i trasferimenti del 2015 ammontano a circa 105 milioni e che l’incremento di 35 milioni appare assolutamente inadeguato anche all’impegno assunto di destinare 70 mln in più rispetto al 2016”.

Tra gli Enti messi peggio, il Libero Consorzio di Siracusa: sono 611 i dipendenti dell’ex Provincia (96 della società partecipata) che attendono cinque mensilità arretrate. A fine luglio, l’ennesima, esasperata protesta. Alcuni lavoratori sono saliti su una gru per chiedere il pagamento degli stipendi. Immediato l’intervento del Commissario straordinario, Giovanni Arnone. “I dipendenti hanno ragione - ha dichiarato - poiché ci sono 26 milioni di euro che la Regione deve distribuire alle ex Province. Se 15 mln venissero destinati solo a Siracusa si eviterebbe il dissesto e verrebbero pagati tutte le mensilità arretrate, assicurando anche quelle prossime”. La protesta è valsa ai rappresentanti del Csa, un incontro face to face con Crocetta durante il quale il presidente ha promesso risorse immediate per risolvere la crisi e tutelare i lavoratori.

Ma come ha reagito, nei fatti, la Regione? In una delle ultime sedute dell’Ars, è stata voltata a maggioranza, la proposta di ridurre da 23 a 21,5 milioni di euro le risorse destinate alle ex Province. Un milione e mezzo di euro in meno rispetto a quelli previsti dalla Commissione Bilancio. Tutto ciò nonostante le rassicurazioni da Crocetta all’indomani della protesta dei lavoratori siracusani. Ma le promesse del presidente, ormai, non convincono più nessuno.

Articolo pubblicato il 15 agosto 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus