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Quotidiano di Sicilia

Comuni in attesa del prossimo disastro
di Rosario Battiato

Mentre le città virtuose si adeguano, in quelle siciliane non esistono strumenti di controllo sui cambiamenti climatici. Dai Piani di adattamento a quelli di Protezione civile: Sicilia in grave ritardo

Tags: Protezione Civile, Sicilia, Clima



PALERMO – Ondate di calore, trombe d'aria e piogge torrenziali fanno paura. I fenomeni meteorologici estremi, manifestazioni del clima mutevole degli ultimi anni, rappresentano il pericolo numero uno per le città di tutto il mondo, che si trovano esposte e impotenti, invischiate in conseguenze dolorose per gli abitanti e le infrastrutture. Anche per queste ragioni, i Piani di adattamento ai mutamenti climatici, così come gli strumenti di controllo del territorio e di gestione delle emergenze, dovrebbero costituire un impegno prioritario.

Eppure i Comuni siciliani non si fanno trovare pronti in nessuna delle tre fasi: ancora sconosciuti i Piani di adattamento, poco presenti e vecchi gli strumenti di controllo del territorio come i Piani regolatori, mentre soltanto un comune su due vanta un Piano di emergenza aggiornato.

La questione dei cambiamenti climatici è in cima alle agende dei sindaci europei, che stanno lavorando per rendere l’ambiente urbano più resiliente, cioè in grado di resistere e adattarsi alle nuove sfide degli eventi atmosferici che, in combinazione con un territorio spesso fragile e impermeabilizzato, provocano danni irreparabili.

Lo sanno bene le città isolane, che però preferiscono non agire. Secondo il rapporto Legambiente “Le città alla sfida del clima”, pubblicato lo scorso maggio, nell’ultimo anno la regione maggiormente colpita da alluvioni e trombe d’aria è stata proprio la Sicilia, che in sette anni ha registrato 25 eventi. E il clima impazzito aggredisce tutti i servizi: dalla frana sul viadotto Himera del 10 aprile 2015, che ha tenuto in ostaggio i collegamenti su gomma tra Palermo e Catania per diversi mesi (la gara d’appalto per la ricostruzione della carreggiata danneggiata è arrivata soltanto a metà agosto di quest’anno) a quella che lo stesso anno, verso la fine di ottobre, aveva lasciato per 18 giorni Messina senza acqua. Senza considerare le tragedie dell’ottobre 2009 (37 morti nell’alluvione di Giampilieri) e quella del 2011 (3 morti per l’ondata di fango di Saponara).

Questi eventi non rappresentano affatto una novità. I sindaci dovrebbero sapere che il territorio è pesantemente coinvolto: dai dati di “Ecosistema a rischio 2016”, redatto sempre dall’associazione del cigno, il rischio coinvolge, a vario titolo, il 70% dei paesi siciliani.

Un numero così elevato di centri interessati non corrisponde a una superficie particolarmente estesa, anche se i pericoli sono diffusi. Dati Anci, Ispra e Istat, confermano che ci sono 258 kmq di territorio nella fascia di rischio più elevato della pericolosità idraulica, circa l’1% del territorio regionale, col coinvolgimento di 42 scuole, 56 beni culturali e oltre 20 mila persone. Negli altri due livelli del rischio ci sono 847 kmq, più di cento scuole, 120 beni culturali e oltre 60 mila persone. La pericolosità da frana riguarda complessivamente cinque livelli di rischio per 1.400 kmq e interessa oltre 5 mila imprese, 662 beni culturali e circa 100 mila persone.

A incentivare le conseguenze del pericolo ci sono la mancata programmazione e l’assenza di un effettivo controllo: il 90% dei comuni ha abitazioni nelle aree golenali, negli alvei dei fiumi o in aree a rischio frana, il 54% delle amministrazioni presenta addirittura interi quartieri in zone a rischio, mentre il 67% ha permesso l’edificazione in tali aree strutture e fabbricati industriali. “Si evidenzia dunque – hanno scritto i tecnici di Legambiente – una gestione sbagliata del territorio e la scarsa considerazione delle aree considerate ad elevato rischio idrogeologico, la mancanza di adeguati sistemi di allertamento e piani di emergenza per mettere in salvo i cittadini, insieme ad un territorio che non è più in grado di ricevere precipitazioni così intense, sono i fattori che trasformato un violento temporale in tragedia”.

Una condanna senza appello che si misura nella qualità degli strumenti a disposizione. In Italia, scrivono dall’Ispra, “manca una normativa sull’adattamento ai cambiamenti climatici e non ci sono quindi obiettivi specifici fissati”, anche se nel 2015 è stata approvata una “Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti climatici (Snac, 2015) con l’obiettivo di elaborare una visione nazionale e fornire un quadro di riferimento sull’adattamento”. Questo documento incoraggia “una più efficace cooperazione tra gli attori istituzionali a tutti i livelli (Stato, Regioni, Comuni) e favorisce l’individuazione delle priorità territoriali e settoriali” promuovendo un impegno nella “predisposizione ed implementazione di opportuni strumenti quali Strategie e Piani finalizzati a favorire l’integrazione dell’adattamento nelle politiche settoriali”.

In Sicilia, a livello regionale, è stato compiuto qualche timido passo con la redazione del “Po Fesr 2014-2020 - Obiettivo tematico 5” nel quale l’adattamento climatico “viene considerato unificante e trasversale per la riduzione dell’esposizione al rischio naturale”. Peccato che la reazione dei comuni sia ancora abbastanza tiepida. L’allarme è stato lanciato, qualche settimana fa, dal climatologo Massimiliano Fazzini, docente dell’Università di Camerino e Ferrara, in una dichiarazione che riassume lo stato dell’arte: “I comuni del Centro Nord hanno elaborato Piani di Adattamento ai Cambiamenti, mentre al Sud è tutto fermo”.

E non solo. Il piano di emergenza, strumento essenziale perché racchiude l’insieme delle “procedure operative di intervento – si legge sul sito del dipartimento della protezione civile – per fronteggiare una qualsiasi calamità attesa in un determinato territorio”, è presente in Sicilia, secondo l’aggiornamento di maggio della Protezione civile nazionale, in appena 190 comuni su 390 (in Italia  quasi 9 su 10, pari all’86%).
 

 
Strumenti di pianificazione non al passo con i tempi
 
PALERMO – Non c’è riparo per i siciliani. Anche gli strumenti urbanistici, che dovrebbero controllare e proteggere il territorio dagli abusi o dalle costruzioni in aree con vincoli di inedificabilità, non risultano aggiornati. Incrociando una ricerca dell’Ispra con un nostro controllo sui siti di riferimento dei comuni capoluogo, abbiamo rilevato che uno dei Piani regolatori più recenti è quello di Trapani e risale al 2010.
Dell’anno prima è quello di Agrigento, poi considerato illegittimo dal Cga nel novembre del 2016 in seguito a tre ricorsi, mentre bisogna risalire al 2007 per quello di Siracusa. A Ragusa alla fine di luglio il Consiglio comunale ha approvato la delibera concernente le direttive generali per la revisione del Piano regolatore della città, atto propedeutico per procedere all’aggiornamento, anche se attualmente è ancora in vigore lo strumento che porta la data del 2006. Bisogna andare ancora indietro, al 2005 e al 2004, per Caltanissetta e Palermo. Un anno più vecchio quello di Messina, anche se per la Città dello Stretto si prevedono novità a breve dal momento che, proprio alla fine di luglio, la variante di tutela ambientale in atto è stata scelta come riferimento nazionale del progetto “Casa Italia”, il programma del governo per la messa in sicurezza del patrimonio edilizio. Per Enna bisogna risalire al 1979, anche se c’è una revisione in corso con previsione della Vas avviata nel 2015. Il record spetta al capoluogo etneo: il prg di Catania è del 1969 anche se ha visto diverse varianti nel corso degli anni (l’ultima approvata nel novembre del 2015).
 

 
I casi virtuosi esistono già e non sono fantascienza
 
PALERMO – I modelli esistono, ma non sono in Sicilia. E mentre i sindaci più all’avanguardia d’Europa studiano eco-quartieri sostenibili, ripristino delle rive dei fiumi e progetti per la permeabilità dei suoli in grado di favorire il flusso di acqua in caso di alluvioni, i siciliani stanno a guardare quello che succede altrove come semplici spettatori.
A Bologna il Piano di adattamento climatico, approvato dal Consiglio comunale, è l’esito del progetto Life+ BlueAp, per “realizzare alcune misure concrete – si legge nel rapporto di Legambiente sui cambiamenti climatici nelle città – atte a rendere la città meno vulnerabile, capace dunque di proteggere i propri cittadini, il territorio e le infrastrutture dai rischi legati al cambiamento climatico”. Il documento, in seguito all’analisi dei rischi esistenti, cerca di  “sviluppare una strategia e declinarla con azioni operative con un adeguato sistema di monitoraggio, essenziale per la gestione e il coordinamento locale”. Il Piano di adattamento di Bologna ha individuato “sette principali vulnerabilità della città rispetto ai cambiamenti climatici e riguardano azioni di gestione del verde, raffrescamento degli ambienti interni ed esterni, e quella delle acque in termini di riduzione dei consumi e di gestione degli eventi estremi”.
Non solo Bologna, perché c’è anche il Piano di Adattamento di Bomporto, in provincia di Modena. Quest’ultimo, si riferisce all’area del comparto industriale Apea selezionata come caso studio di un progetto Life che aveva l’obiettivo di identificare ed attuare misure di adattamento e miglioramento della resilienza di una delle aree industriali del modenese che negli ultimi anni sono state colpite da fenomeni climatici estremi, provocando diversi danni, sia alle infrastrutture pubbliche che alle singole proprietà private.

Articolo pubblicato il 20 settembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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