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Economia sommersa, giro da 208 miliardi
di Rosario Battiato

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Istat il business illegale in Italia vale il 12,6% del Prodotto interno lordo. Dati in calo di mezzo punto rispetto all’anno precedente. Quasi la metà del nero deriva dall’occultamento di una parte del reddito delle imprese

Tags: Economia, Lavoro Nero, Economia Nera, Pil



PALERMO – Il regno parallelo dell’economia nera, quella non registrata e quella illegale, ha toccato nel 2015 la quota di 208 miliardi, cioè il 12,6% del Pil. Lo certifica l’Istat nell’ultimo aggiornamento in materia rilasciato ieri. Non ci sono dati regionali, tuttavia, come registrato dalla Fondazione Res lo scorso luglio, il peso del circuito non formale dell’economia isolana, pur non essendo facilmente identificabile, permette comunque di mantenere una certa stabilità della domanda aggregata anche nei momenti di crisi, a fronte della congenita debolezza del tessuto produttivo isolano.

Andando in dettaglio, sempre a livello nazionale, scopriamo che il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a 190 miliardi di euro, poco più di 17 miliardi arrivano invece dalle attività illegali (incluso l’indotto). I dati dell’Istat confermano inoltre che l’incidenza complessiva dell’economia non osservata è risultata in contrazione di 0,5 punti percentuali, pari a circa 5 miliardi in meno, un dato positivo rispetto al periodo 2012-2014 quando era passata dal 12,7% al 13,1%.

Il ruolo delle imprese in questo capitolo è particolarmente rilevante. L’Istat ha precisato che la componente relativa alla sottodichiarazione (connessa al deliberato occultamento di una parte del reddito da parte delle imprese, attraverso dichiarazioni volutamente errate del fatturato e/o dei costi alle autorità fiscali) pesa per il 44,9% del valore aggiunto (circa 2 punti percentuali in meno rispetto al 2014). La parte restante fa riferimento all’impiego di lavoro irregolare (37,3% contro il 35,6% del 2014), poi alle altre componenti (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta) per il 9,6% (8,6% l’anno precedente) e, in chiusura, alle attività illegali (8,2% contro 8% del 2014).

Nell’ambito dei singoli comparti,
il peso della “sottodichiarazione sul complesso del valore aggiunto è maggiore nei servizi professionali (16,2% nel 2015) – si legge sul report dell’Istituto di statistica –, nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (12,8%) e nelle costruzioni (12,3%)”. All’interno dell’industria, l’incidenza risulta “relativamente elevata nel comparto della Produzione di beni alimentari e di consumo (7,7%) e contenuta in quello della Produzione di beni di investimento (2,3%)”.

Nell’ambito del lavoro irregolare, la componente più importante riguarda gli “altri servizi alle persone (23,6% nel 2015)”, con l’incidenza particolarmente significativa del lavoro domestico, e dell’Agricoltura, silvicoltura e pesca (15,5%). L’istat precisa che “il ricorso al sommerso risulta maggiormente diffuso nei settori la cui produzione è rivolta anche al consumo finale delle famiglie, quali il commercio, trasporti, alloggio e ristorazione, gli altri servizi alle persone, le costruzioni e i servizi professionali”, al contrario è meno rilevante “nei comparti il cui mercato di riferimento è principalmente rappresentato dalle imprese (Produzione di beni intermedi, Produzione di beni d’investimento e Altri servizi alle imprese)”.

Non ci sono dati a livello regionale, né per macroarea
, ma ad approfondire la situazione isolana ci aveva pensato lo scorso luglio l’Osservatorio congiunturale della Fondazione Res che, come di consueto, aveva confezionato il quadro dell’economia siciliana e le previsioni per i prossimi anni. “Di difficile valutazione – si legge all’interno del report – rimane l’entità dei redditi distribuiti al di fuori del circuito formale, fenomeno che fornisce una parziale spiegazione della tenuta della domanda aggregata, anche in periodi critici, a fronte delle diffuse debolezze del tessuto produttivo”. Un quadro abbastanza chiaro è fornito dalle indicazioni sul reddito: “le condizioni delle famiglie siciliane sono le peggiori a livello nazionale”. Oltre la metà vive con meno di 18 mila euro, a fronte di un reddito medio familiare regionale di 21,8 mila euro. La media nazionale, invece, è di circa 30 mila euro, ma ci sono picchi che vanno fino a 34 e 37 mila euro nelle regioni più ricche.

Articolo pubblicato il 12 ottobre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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