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Quotidiano di Sicilia

Lavoratori autonomi, la crisi non risparmia neanche loro
di Michele Giuliano

L’indagine della Cgia di Mestre: molti sono a rischio povertà, se ne stimano uno su quattro. Negli ultimi dieci anni in Sicilia si è registrata una diminuzione del 2,3%

Tags: Lavoro Autonomo, Cgia Mestre



PALERMO - Neanche i lavoratori autonomi sfuggono alla longa manus della crisi imperante ormai da quasi un decennio. In Sicilia non c’è spazio di manovra per molti di loro, che hanno deciso, negli ultimi anni, di abbandonare l’attività, che ormai gli permetteva un tenore di vita al di sotto della soglia di povertà.
 
I dati, raccolti da Istat ed elaborati dall’Ufficio Studi della Cgia, raccontano di migliaia di lavoratori che hanno abbandonato la professione, poco più del 2,3%. Un dato che si mantiene al di sotto della media nazionale, ma che stride con quello di altre regioni, come la Basilicata, il Lazio, il Molise, dove il numero dei lavoratori autonomi è invece aumentato, a dimostrare la volontà di provarci nonostante tutto, in un mondo del lavoro sempre più difficile all’accesso. E anche chi riesce a inserirsi in qualche modo si trova spesso al limite con la soglia di povertà.
 
Nel 2015, circa il 26% dei nuclei familiari di questa categoria è riuscita a vivere stentatamente al di sotto della soglia di rischio povertà calcolata dall’Istat. Praticamente una su quattro si è trovata in seria difficoltà economica. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa. Questa riflessione è confermata dai dati che riguardano le famiglie in cui le entrate dipendono almeno in parte o da pensioni o da lavoro subordinato. Per i nuclei in cui il capofamiglia ha come reddito principale la pensione, infatti, il rischio si è attestato al 21%, più basso rispetto agli autonomi, e il valore scende ancora di parecchio per quelle famiglie che vivono con un stipendio/salario da lavoro dipendente. In questo caso il tasso si è fermato al 15,5%.
 
“A differenza dei lavoratori subordinati – fa notare il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – quando un autonomo chiude definitivamente l’attività non dispone di alcuna misura di sostegno al reddito. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso forme di lavoro completamente in nero”.
 
Una condizione che si affianca a quella di chi, anche se ha continuato a lavorare con fatica, ha visto il proprio reddito ridursi fortemente. Il reddito delle famiglie con fonte principale da lavoro autonomo ha subito, infatti, in questi ultimi anni (2008-2014) una “sforbiciata” di oltre 6.500 euro (15,4 per cento), mentre quello dei dipendenti è rimasto quasi lo stesso (-0,3 per cento). Se a questo si aggiunge il mancato riconoscimento, per molte categorie, di statuti previdenziali di base, come maternità o malattie, il problema si fa di difficile soluzione.
 
“Fino ad una decina di anni fa - prosegue il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo - aprire una partita Iva era il raggiungimento di un sogno: un vero status symbol. L’opinione pubblica collocava questo neoimprenditore tra le classi socio-economiche più elevate. Oggi, invece, non è più così: per un giovane, in particolar modo, l’apertura della partita Iva spesso è vissuta come un ripiego o, peggio ancora, come un espediente che un committente gli impone per evitare di assumerlo come dipendente”.
Solo qualche mese fa, con estremo ritardo, si è arrivati finalmente all’approvazione dello Statuto del lavoro autonomo che ha introdotto una serie di diritti fortemente richiesti dalla categoria.

Articolo pubblicato il 16 gennaio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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