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Quotidiano di Sicilia

Il Carnevale tra pantomima e allegoria
Il Mastru di campu, il corteo dell’orso e del principe e le tante altre feste con al centro animali magici nella storia dell’Isola. Il rogo del nannu, del vecchio e del selvaggio, rappresentano il passaggio alla nuova stagione

Tags: Speciale Carnevale



Si ringrazia
- Centro Sicilia
- Fondazione Carnevale
 

 
PALERMO - “Il Carnevale in Sicilia tra pantomima e allegoria” è stato il titolo del convegno organizzato martedì 6 febbraio da BCSicilia in collaborazione con gli assessorati regiobali Turismo e BB.CC e MiBCAT al museo delle Marionette di Palermo.
Tra tutti gli interventi riportiamo quello di Claudio Paterna, etnoantropologo e dirigente del Centro regionale di restauto.
“Perché dare spiegazioni al carnevale di Sicilia? perché dare significato alle pantomime e alle allegorie rappresentate nelle piazze siciliane? Sembrerebbe argomento scontato il carnevale in quanto diffusa allegrezza a tutti i livelli della popolazione e non certamente da trattare come argomento “scientifico”.
 
E dunque partiamo dalla pantomima, genere teatrale che parte dall’antica Grecia per affermarsi nella Roma pagana quale commedia ilare, talvolta farsesca, di cui Plauto con i “mimi” e le maschere fu il massimo esponente. E in Sicilia dal Folengo alle “casazze” fino alla comicità di Nofriu e Virticchiu è tutto un susseguirsi. L’allegoria a sua volta, trasposta dalle pagane statue di divinità, diventa solenne nel XVIII sec. con lo stucco realistico del Serpotta che semina ovunque simulacri dei “sette vizi capitali”, delle “virtù teologali”, delle “regine del Sapere” ecc.
 
La cultura “colta” si fa popolare col carnevale ed ecco arrivare le pantomime storiche come il Mastru di Campu (oggi esitente solo a Mezzojuso in provincia di Palermo) o il corteo dell’Orso e del Principe a Saponara (Me) che si ricollega ad altre feste limitrofe con al centro animali magici come il cammello, u Cavadduzzu, u sirpintazzu, i giganti, l’omu sabbaggiu ed altri.
 
Il Mastru è una rappresentazione che in origine traeva linfa dal tentativo di rapimento della regina Bianca di Navarra da parte di Bernardo Cabrera di Modica: un tentativo maldestro, prima a Catania poi a Palermo, di sposare con la forza l’ultima discendente del Regno di Sicilia dei Martini e legarla alla dinastia autoctona sicula sebbene ispanizzata. A Mezzojuso il mastru di campu è proprio il Cabrera e nell’immaginario popolare, lui che appare con una maschera rossa e la spada, riesce nell’intento di conquistare il castello ove sono il re illegittimo e la regina di Sicilia. La pantomima è grandiosa e coinvolge tutti i paesani in una serie di ripetuti assalti con contadini, soldati, persino garibaldini (pensate un po’) contro il palco “reale”. Ma a loro si oppongono altrettanti militi che gettano ogni sorta di liquidi e rimasugli gastronomici guidati da un “pecoraio” che appare come un mamutones sardo dalla maschera pesante di caprone.
 
Si è lui, il pastore, il vero simbolo di questa festa, poiché il suo sacrificio è lo stesso che in decine di altre feste del carnevale vede il “rogo” del nannu, del vecchio, del selvaggio: è il simulacro in effige che si sacrifica per permettere che si compia il rito di passaggio alla nuova stagione (studiosi come van Gennep, Bachtin, Leroy Ladurie ma anche Cocchiara, Buttitta, Guastella e Pitrè sono andati a fondo in questa ricerca antropologica).
 
E poi c’è il principe di Saponara che ha trovato le ossa di un gigantesco orso dei Nebrodi e finge di catturarne uno analogo, come nelle altre feste dei “giganti” del messinese, e poi c’è il cavadduzzu di Monforte che rappresenta il simbolo di Ruggero il conquistatore dei mori di Sicilia.
 
Insomma questo carnevale della pantomima siciliana ha un bel misto di storia e mitologia che ben si sposa con le tradizioni classiche di “Mamurio Veturio” che i romani bruciavano in effige.
 
I carri allegorici di Acireale, Sciacca, Termini, Castroreale sono una probabile “invenzione” turistica legata al termalismo fiorente fin dagli inizi del ‘900 ma non si può negare che cortei di maschere, roghi, libagioni, orge gastronomiche e allegorie in cartapesta non fossero diffuse fin dall’epoca dell’effimero barocco (qualcosa lo troviamo nei disegni preparatori del grande Paolo Amato) quasi a significare il “capovolgimento” delle sorti nel periodo più acuto dell’inverno: mettere insieme tutto quanto restava del cibo con allegrezza e insieme avviarsi verso la Quaresima di penitenza! Va pure detto che i carri allegorici sono il segreto dei mastri artigiani anche a Paternò e Biancavilla, laddove qualche settimana prima si è festeggiato il santo patrono ma in comune col carnevale c’è solo la gioia di stare insieme e far conoscere quei “saperi” della cultura materiale che vanno estinguendosi.
 
Ecco ricordando Antonino Buttitta scomparso un anno fa, che fu mio maestro nell’evidenziare la complessità del significato “materiale” e “simbolico” dei fatti popolari, concludo questa breve carrellata di significati chiedendo a tutti voi di osservare il carnevale con un occhio non superficiale”.
 
Claudio Paterna
Etnoantrropologo

Articolo pubblicato il 08 febbraio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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