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Rifiuti, la Sicilia nel "tunnel cieco"
di Rosario Battiato

Differenziata, i dati Anci inchiodano i Comuni: dall’Isola il contributo più basso. La Corte dei Conti: danno erariale da 50 mln. Senza energimpianti il ciclo non si chiuderà mai: siciliani condannati a pagare di più

Tags: Rifiuti, Sicilia, Corte Dei Conti



PALERMO - “Passando all’individuazione dei settori più delicati campeggia la annosa problematica del ciclo di gestione dei rifiuti, tunnel allo stato cieco, di sovrapposizione normativa, avvicendamento di emergenze e intreccio di competenze”. Le parole del procuratore Gianluca Albo, riportate all’interno della relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2018, non lasciano dubbi sulla situazione pericolante dei rifiuti isolani.
 
Un attacco che si intreccia con le ultime novità emerse nelle scorse settimane dal VII Rapporto sulla banca dati Anci-Conai che ha registrato, nel 2016, una crescita generale della raccolta differenziata dei rifiuti (+0,4%), con il 97,7% dei Comuni italiani (7.813) impegnati e il 99,5% della popolazione (60.314.369) coinvolta, in aumento del 2% rispetto al 2015. Il grande problema resta legato alle differenti velocità del Paese, con un Nord in grande corsa e il Sud, in particolare le Isole, che resta indietro.
 
Di conseguenza se al Nord si concentra il 54% di tutta la raccolta conferita al Conai e il 56% degli importi riconosciuti ai consorzi di filiera per la differenziata, con Veneto, Trentino, Friuli ed Emilia Romagna in testa, la maglia nera resta alle isole maggiori per il contributo minore (6,2% del totale) e la resa media pro capite più bassa (50 chili per abitante all’anno).
 
Sul funzionamento del sistema incide anche l’assenza di un’impiantistica adeguata, anche perché continuano a mancare quegli energimpianti richiesti dal governo nazionale ormai da tre anni e sui quali la nuova Giunta ha sempre glissato.
 
A monte, tuttavia, resta decisivo il ruolo delle amministrazioni comunali – nel 2017 stimato un danno erariale da 50 milioni per l’assenza di una differenziata adeguata – che faticano a trovare delle soluzioni per ridurre il conferimento in discarica, soprattutto nelle grandi città. Diversi mesi fa era stato Salvatore Cocina, attualmente a capo del dipartimento Acque e rifiuti, a informare alcuni sindaci dell’ipotesi, sulla base di varie sentenze, di un danno erariale che sarebbe causato da “maggiori esborsi per conferimenti in discarica, l’addizionale di legge e minori introiti dovuti ai mancati proventi dei contributi da parte dei consorzi di filiera”.
 
Una crisi che è confermata dalla dichiarazione dello stato di emergenza da parte dal Consiglio dei ministri, lo scorso 8 febbraio, e alla quale dovranno fare seguito i provvedimenti della Protezione civile per delineare gli ambiti di azione del commissario, cioè Nello Musumeci, e del sub commissario.
 
E mentre si lavora per l’esportazione – il bando sarebbe al vaglio dei tecnici dell’assessorato – è attesa proprio in questi giorni l’ufficializzazione della nomina del nuovo assessore al ramo annunciato da tempo: si tratta di Alberto Pierobon, già sub commissario nel corso dell’emergenza napoletana, e quindi abituato ad agire nel mare in tempesta.
 
1. Differenziata flop, dirigenti chiamati a risponderne
Non utilizza mezzi termini il procuratore Gianluca Albo, nel corso dell’esposizione della sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, per identificare il peso specifico dei ritardi delle amministrazioni comunali nel settore della raccolta differenziata.
“Nel corso del 2017 – si legge nel testo – è stato notificato un invito a dedurre per un totale di oltre 50 milioni di euro a vari amministratori e dirigenti per il danno erariale derivante dall’inadempimento delle soglie di raccolta differenziata”.
Non si tratta di una fattispecie isolata, ma “riguarda vari comuni su cui la puntuale attività della Guardia di Finanza ha già rassegnato alla Procura regionale le prime risultanze istruttorie”.
I numeri della raccolta sarebbero in crescita, almeno secondo i dati dell’Ufficio speciale della Regione, ma la porzione di differenziata isolana resta ancora molto lontana – mediamente inferiore a un terzo – rispetto al dato medio del 65% da raggiungere entro il 2012.
 
2. I comandamenti dell’Ue: meno rifiuti, riciclo, impianti
Gli obiettivi di riciclo dei rifiuti urbani, sanciti nel nuovo pacchetto di direttive europee sui rifiuti e la Circular Economy, approvate da Consiglio, Commissione e Parlamento Ue, prevedono un riciclo al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035 (oggi l’Italia è al 42%, la Sicilia molto più indietro). Per raggiungere il target del 2035 sarà necessario che la raccolta differenziata arrivi almeno al 75% (oggi la media nazionale è del 52,5%, in Sicilia è poco più del 15%).
“Il ‘modello Sicilia’ - ha commentato ieri l’eurodeputato Giovanni La Via (Ppe) - ha viaggiato in controtendenza, per l’incapacità di finanziare e implementare le infrastrutture di trattamento dei rifiuti. Le discariche sono al collasso. Non possiamo protrarre una situazione nociva per l’ambiente e per la salute dei cittadini”. Un ritardo clamoroso che è accentuato, almeno nell’Isola, dal peso di aver saltato anche gli obiettivi precedenti – il Dlgs 3 aprile 2006, n. 152 “Norme in materia ambientale” aveva previsto all’articolo 205 il raggiungimento in ogni ambito territoriale ottimale di una raccolta differenziata di almeno il sessantacinque per cento entro il 31 dicembre 2012 – e che vede la gerarchia europea dei rifiuti, fissata dalla Direttiva 2008/98/CE, stabilire un percorso preciso: prevenzione, riutilizzo, riciclaggio, recupero per altri scopi, come l’energia e lo smaltimento. Necessari, pertanto, gli impianti di valorizzazione per chiudere il ciclo, ma solo in seguito alla riduzione della produzione e al riciclo. La discarica, invece, è l’ultima opzione.
 
3. Quel gap del 30% con l’Italia che i siciliani pagano carissimo
Gli ultimi dati dell’Ispra, relativi al 2016, certificano una risalita ancora lentissima. La Sicilia ha interrato circa 1,8 milioni di tonnellate di rifiuti, l’80% dei 2,3 milioni prodotti. È il quantitativo più elevato tra le regioni italiane – la Lombardia col doppio degli abitanti ne porta in discarica 199 mila tonnellate, il 4% dei 4,7 milioni prodotti – con una raccolta differenziata che arriva a un misero 15,4% (era del 12% nel 2015).
Per l’ufficio speciale della Regione, che ha i dati aggiornati al 2017 (primi dieci mesi), la stima è più ottimistica e supera il 20%, un dato che resta comunque a circa trenta punti percentuali dalla media nazionale del 52,5%.
La priorità da affrontare è certamente legata al problema delle grandi città: nella graduatoria media dei primi dieci mesi dello scorso anno il primo comune con popolazione superiore ai 40 mila abitanti è Alcamo e si trova alla posizione numero 58 (rd 60%), mentre il primo capoluogo è Messina, intorno al 14%, e si trova alla posizione numero 277.
 
4. I giudici contabili: “Numerose discariche non messe a norma”
Una diretta conseguenza dell’esagerato smaltimento in discarica dei rifiuti isolani (nel 2016 ancora circa l’80%, dati Ispra) ha stimolato l’interesse dell’Ue.
“Numerose discariche siciliane non messe a norma – ha scritto il procuratore Gianluca Albo – rientrano tra quelle del territorio nazionale, che, perseverando nelle violazioni della normativa in materia di rifiuti pericolosi, hanno dato causa alla soccombenza dello Stato Italiano pronunciata dalla Corte di Giustizia (C-196/2013) che ha condannato l’Italia al pagamento di oltre 40 milioni di euro per violazione dell’art. 260, paragrafo 1, del Trattato (TFUE)”.
In particolare, si tratta della procedura 2003/2077 che riguarda la “non corretta applicazione delle direttive 75/442/CE sui ‘rifiuti’, 91/689/CEE sui ‘rifiuti pericolosi’ e 1999/31/CE sulle ‘discariche’”.
Originariamente c’erano una decina di siti isolani che erano stati inseriti nell’elenco degli irregolari della sentenza della Corte di Giustizia Ue che nel 2014 aveva condannato l’Italia a pagare, oltre alla sanzione forfettaria da 40 milioni, una semestrale da circa 200 mila euro a sito (400 mila per ogni discarica di rifiuti speciali).
L’Isola, inoltre, si trova anche coinvolta nella procedura 2015/2165, che riguarda l’aggiornamento dei Piani regionali di gestione dei rifiuti.
 
5. Sanzioni Ue: “Pro quota pagano gli enti territoriali”
Ogni sei mesi i siti ancora da bonificare nell’Isola, che rientrano in quelli segnalati dalla sentenza della Corte di Giustizia Ue, costano all’Italia circa 2 milioni di euro di sanzioni. Il procuratore Albo sottolinea un passaggio importante: “salva la fattispecie di danno indiretto nei confronti degli organi funzionali responsabili, certo è che ricade pro quota nei confronti degli enti territoriali siciliani responsabili il meccanismo di recupero in autotutela dello Stato previsto dall’art. 43 legge 234/2012 s.m.i”.
In altri termini, riprendendo la norma citata, vuol dire che, oltre ad agire coi poteri sostitutivi in caso di mancata tempestiva risoluzione alle “sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea”, lo Stato ha diritto di rivalersi nei confronti delle amministrazioni (regionali e locali) indicate dalla Commissione europea nelle regolazioni finanziarie operate a carico dell’Italia a valere sulle risorse dei vari Fondi aventi finalità strutturali. Inoltre, si riporta al comma 4 dell’articolo, ha diritto a “rivalersi sui soggetti responsabili delle violazioni degli obblighi” in riferimento agli “oneri finanziari derivanti dalle sentenze di condanna rese dalla Corte di giustizia dell’Unione europea”.
 
6. Ecco come funziona il meccanismo sanzionatorio
Lo Stato può esercitare il diritto di rivalsa, così come riportato all’articolo 43 della legge 234/2012, seguendo diversi iter procedurali. Per gli enti territoriali si procede tramite decreti ministeriali del ministero dell’Economia da adottare entro tre mesi dalla notifica, nei confronti degli obbligati, della sentenza “esecutiva di condanna della Repubblica italiana”.
Il provvedimento deve essere emanato previa “intesa sulle modalità di recupero con gli enti obbligati”. Si procede invece col “prelevamento diretto sulle contabilità speciali obbligatorie istituite presso le sezioni di tesoreria provinciale dello Stato” per gli enti e gli organismi pubblici che non siano territoriali, e quindi nelle vie ordinarie “qualora l’obbligato sia un soggetto equiparato” e non rientrante nelle tipologie di ente territoriale o di altri organismi pubblici.
Potrebbe essere un durissimo colpo, ma tutto è ancora da decidere, considerando il caso giurisprudenziale che ne è derivato.
Nel marzo del 2017 una sentenza del Tar di Roma, che ha accolto un ricorso di regioni e di alcuni comuni siciliani, ha affermato che “la norma di legge richiede espressamente che lo Stato individui i responsabili della violazione al fine di procedere legittimamente all’azione di rivalsa”.

Articolo pubblicato il 28 febbraio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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