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Quotidiano di Sicilia

Imprese "aquile", Sicilia solita Cenerentola
di Michele Giuliano

Quattro tipologie di imprenditori: gli investitori innovativi o aquile (perché volano alto), gli innovatori non investitori (colibrì, in quanto leggeri perché non investono in capitale fisico), gli investitori ma non innovatori (pterodattili) e gli struzzi (perché non volano e fuggono dalla globalizzazione)

Tags: Impresa, Sicilia, Innovazione



PALERMO - Se l’investimento è la chiave per la crescita economica a medio e lungo termine, la Sicilia rimane fanalino di coda tra le regioni italiane anche nello spirito imprenditoriale. Lo dicono i dati raccolti nel rapporto Cerved Pmi del 2017. In Sicilia appena il 3,5% delle imprese si muove nella direzione dello sviluppo e della ricerca, attraverso forti investimenti, contro il 24,8% della Lombardia, da sempre regione con una forte spinta all’innovazione.
 
I dati raccolti da Cerved Pmi sono stati analizzati lavorando su due dimensioni, innovazione e investimenti. In tal modo sono stati definiti 4 tipologie di imprenditori: gli investitori innovativi, 12 mila imprese definite ‘aquile’ perché ‘volano alto’ pur essendo ‘pesanti’ (in quanto investono anche in capitale fisico). Ci sono poi gli innovatori ma non investitori, circa 54 mila società, definite ‘colibrì’ in quanto ‘leggere’, perchè investono poco in capitale fisico. Ancora, gli investitori ma non innovatori, 62 mila imprese, gli ‘pterodattili’, società che, pur investendo, lo fanno in modo tradizionale. Per ultimo ci sono i cosiddetti ‘struzzi’, 188 mila società, definite così perché non volano e, in molti casi, cercano di fuggire dalla globalizzazione piuttosto che affrontarla.
 
La distribuzione territoriale corrisponde abbastanza fedelmente a quella del totale delle imprese analizzate, con il 34% delle aquile nel Nord Ovest (33,7% sul totale delle imprese), il 25% nel Centro (22,4%), 22,4% nel Nord Est (24,2%) e 18,6% nel Sud e nelle Isole (19,7%). Di questo 20%, solo il 3,9 è ascrivibile alla nostra regione, delineando un quadro poco confortante per una realtà che dovrebbe essere in evoluzione, con tante potenzialità ancora inespresse, ma che stentano ad uscire fuori proprio perché gli imprenditori hanno difficoltà a staccarsi dalla tradizione e non spingono sul pedale del cambiamento e dello sviluppo. I numeri per regione sono ancora più esemplificativi. Contro il 3,5% della Sicilia, Già nel Sud si contrappone la Campania, con il 7,8%, valore più che doppio, e, salendo verso Nord, la Toscana, con il 7,4%, l’Emilia Romagna, con il 10,1%, e il Lazio, con il 13,6%.
 
Le regioni in cui la presenza di investitori in innovazione è relativamente più alta sono Lazio, Campania e Piemonte. Dal punto di vista settoriale, gli investitori in innovazione risultano più presenti nel campo della distribuzione e dell’industria, mentre sono meno rappresentati nelle costruzioni e nei servizi. Infine, le società innovative sono più giovani, con una quota maggiore di aziende nate tra 10 e 20 anni e, di riflesso, una quota più bassa di società con almeno 20 anni di storia.
 
I dati tratti dagli archivi di Cerved costituiscono un prezioso strumento per valutare le performance dei quattro gruppi considerati da diversi punti di vista, tra cui la solidità economico-finanziaria, per cui si utilizza il CeBI-Score44, un indice sintetico che misura il rischio di default a dodici mesi.
 
Secondo questo indicatore, nel 2007 gli investitori in innovazione risultano caratterizzati da una rischiosità decisamente maggiore delle altre aziende. Un’alta presenza di società rischiose e una bassa presenza di società sicure si osserva anche tra i colibrì, anche se con un gap più basso rispetto al resto delle società. La maggiore mortalità è però accompagnata per le aquile da tassi di natalità quasi doppi rispetto agli altri gruppi di imprese: tra il 2008 e il 2015 sono nate più di 5 mila società di questo gruppo, il 43,5% di quelle operative nel 2007.

Articolo pubblicato il 17 marzo 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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