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Sicilia: povertà, un cittadino su due in grave disagio
di Redazione

Questo l'agghiacciante quadro emerso da uno studio del Cgia di Mestre. Nell'Isola il rischio esclusione sociale è al 55,6%, contro il dato nazionale del 30%. Sotto accusa le politiche di rigore imposte dall'Ue e in particolare dalla Germania è utili soltanto alla stessa Germania e alla Francia. La più danneggiata è stata l'Italia, in cui la disoccupazione è schizzata dal 6 all'11 per cento con punte insostenibili al Sud



"In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su due si trova in una condizione di grave difficoltà deprivazione".
 
L'agghiacciante quadro viene tracciato da Paolo Zabeo, coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia, l'Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre che presenta puntuali rapporti sulla nostra economia.
 
Secondo lo studio del Cgia, con tasse record in Europa e con una spesa sociale tra le più basse in area Ue, in Italia il rischio povertà o di esclusione sociale ha raggiunto 18 milioni di persone.
 
In questi ultimi anni di crisi, viene spiegato dai rappresentanti del Centro studi, alla gran parte dei Paesi mediterranei sono state "imposte" misure economiche di austerità e di rigore per mettere in sicurezza i conti pubblici: "uno smisurato aumento delle tasse, un forte calo degli investimenti pubblici e un corrispondente taglio del welfare state".
 
In Italia la pressione tributaria (peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) è al 29,6% (2016). In Ue nessun altro paese ha avuto una quota così alta. La Francia, ad esempio, ha un carico del 29,1%, l'Austria del 27,4%, il Regno Unito del 27,2% i Paesi Bassi del 23,6%, la Germania del 23,4% e la Spagna del 22,1%, illustra la Cgia.
 
Al netto della spesa pensionistica, spiega ancora la Cgia, il costo della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza,) si è attestata all'11,9%. Tra i principali paesi Ue presi in esame, solo la Spagna ha una quota inferiore alla nostra (11,3% del Pil), anche se la pressione tributaria nel paese iberico è sotto il 7,5% alla nostra. Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra.
 
Il rischio di povertà o di esclusione sociale tra il 2006 e il 2016 in Italia è salito quasi del 4%, toccando il 30% della popolazione. Le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni.
 
Così, nel nostro Paese, le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni e tutte concentrate in alcune regioni del Sud, a cominciare dalla Sicilia.

Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 ci segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.
 
Il dato medio nazionale è "soltanto" del 30% (4,1 punti percentuali in più tra il 2006 e il 2016).

La politica di rigore imposta dall'Ue e in particolare dalla Germania è servita soltanto alla stessa Germania e alla Francia e ha danneggiato soprattutto l'Italia, in cui la disoccupazione continua a rimanere sopra l'11 per cento, con picchi insostenibili al Sud, mentre prima delle crisi era al 6 per cento.
 
"Gli investimenti, inoltre - spiega Zabeo - sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l'anno scorso al 131,6 per cento".
 
In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti.
 
Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.
 
"A differenza dei lavoratori dipendenti - nota il Segretario della Cgia Renato Mason - quando un autonomo chiude l'attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l'età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero".

Articolo pubblicato il 25 marzo 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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