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Quotidiano di Sicilia

Rilanciare le città dalle periferie
di Paola Giordano

Spesso luoghi di degrado e deriva sociale, rappresentano un’opportunità per ripartire e favorire lo sviluppo siciliano. Ci sono fondi nazionali dedicati che i Comuni devono essere capaci di utilizzare 



PALERMO – Nelle periferie delle città siciliane la sicurezza e il benessere non sono certo di casa.
A raccontarlo sono i numeri che, nero su bianco, tracciano un quadro allarmante: la pesante incidenza delle famiglie con potenziale disagio economico e quella, altrettanto cospicua, dei giovani fuori dal mercato del lavoro e dalla scuola, l’elevato tasso di disoccupazione, nonché la consistente vulnerabilità sociale sono solo alcuni tra gli indicatori che disegnano uno scenario delle nostre periferie in cui il rischio di deviare è sempre più dietro l’angolo.
 
Eppure qualcosa par si muove: grazie al Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle città metropolitane e dei comuni capoluogo di provincia sono a disposizione anche per l’Isola fondi per ridare linfa alle città, che possono ripartire così proprio dal loro punto più debole: le periferie.
 
Tutti i nove capoluoghi siciliani hanno infatti partecipato al Bando predisposto dal citato Programma straordinario, proponendo opere di riqualificazione urbana per le loro disastrate periferie. Perché la presenza di un alto indice di degrado nelle stracolme aree periferiche non è dettata solo dal consistente tasso di disagio socio-economico, ma riguarda un livello di insicurezza a 360 gradi, dovuto – anche – alla cospicua quota di patrimonio edilizio in condizioni mediocri o pessime: se a Palermo a essere fatiscente è il 26,6 per cento degli edifici, questa già significativa percentuale sale a Catania (34,8 per cento) e a Messina (35,3 per cento).
 
La situazione delle nostre periferie è dunque critica e i dati non fanno che confermarlo. A Catania, per esempio, ben il 40,4 per cento della popolazione residente vive in quartieri ritenuti a rischio. E non molto lontana è la percentuale registrata nel capoluogo siciliano, dove a risiedere in rioni con alto potenziale di disagio economico è il 40 per cento dei cittadini. Messina registra una percentuale (33,5 per cento) che, seppur significativa, è poco al di sotto della media nazionale (33,8 per cento) ma, per contro, riporta la percentuale più alta di popolazione che presenta un’elevata vulnerabilità sociale e materiale: qui, infatti, un cittadino su due vive a a stretto contatto con famiglie in condizioni di forte deprivazione sociale.
 
Nessuna delle tre città metropolitane isolane presenta un indice di vulnerabilità sociale al di sotto della soglia dei 100. In particolare Catania, con i suoi 107,3 punti, registra il dato più alto, con picchi che addirittura superano i 120 nel quartiere San Giorgio-Librino e i 110 a San Giuseppe La Rena-Zia Lisa. A Palermo, che riporta un altrettanto preoccupante 105, il quartiere più vulnerabile è quello di Pallavicino, che include al suo interno il più famoso Zen. E nella città dello Stretto - che ottiene invece una media di 103,5 - i quartieri a rischio sono quello di Gazzi (119,5) e quello di San Leone (111,1).
 
Le somme di denaro sborsate dagli Enti locali per i servizi assistenziali (si veda a tal proposito l’inchiesta pubblicata sul QdS lo scorso 3 febbraio) e i controlli da parte delle Forze dell’ordine da soli non bastano per sventare il sempre più presente pericolo di deriva criminale. È dunque necessario intervenire in maniera strutturale con opere di riqualificazione urbana, dotando al contempo queste aree degli adeguati servizi che meritano. Proprio questo è l’obiettivo a cui mira il Bando approvato con il Dpcm del 25 maggio 2016.
A distanza di quasi due anni, però, quel Programma straordinario non si è ancora completato, anche se qualche passo è stato compiuto: con il Dpcm del 6 dicembre 2016, infatti, è stata resa nota la graduatoria dei progetti che saranno finanziati nell’ambito del Bando. Con quello del 29 maggio 2017, invece, sono stati destinati 270 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018 e 260 milioni di euro per l’anno 2019.
 
La strada verso lo sviluppo e l’inclusione delle aree periferiche è però ancora in salita. Il decreto ha infatti stabilito che i progetti nelle prime ventiquattro posizioni siano finanziati con le risorse previste dalla Legge di stabilità 2016. I rimanenti, invece, “saranno finanziati con le risorse che saranno successivamente disponibili”.
 
Dei 24 progetti “fortunati”, però, solo uno riguarda le città siciliane: si tratta di CapaCity, presentato dal Comune di Messina, che prevede, nella sua prima fase, la sperimentazione di un processo pilota di rigenerazione sociale e urbana nell’area di Fondo Saccà, già liberata dalle baracche, con la realizzazione di un parco urbano e di unità abitative a un solo piano destinate a finalità sociali; e in un secondo step l’estensione dei risultati di questa fase pilota al resto dell’area di Fondo Saccà per completare il risanamento della zona. Per realizzare questo progetto il Comune messinese ha richiesto un importo di quasi 18 milioni di euro.
A bocca asciutta, per il momento, Catania, Palermo, Agrigento, Caltanissetta, Siracusa, Enna, Ragusa e Trapani. E anche le tre Città metropolitane, quella di Messina compresa, che ha presentato un elenco di interventi proposti dai Comuni per i quali sono stati richiesti 40 milioni di euro.
 
Alla luce dei progetti ammessi, la Sicilia riceverà, a scaglioni, 236,4 milioni di euro da destinare alla riqualificazione delle periferie cittadine.
Di questa enorme cifra Catania e Palermo, che come Messina hanno presentato progetti sia come Comune sia come Città metropolitana, riceveranno le fette più grosse: rispettivamente 56 e 58 milioni di euro. Enna e Trapani, invece, sono i Comuni più “parsimoniosi” avendo richiesto solo 4,6 e 4,9 milioni per riqualificare le proprie periferie.
 
Grazie a questi fondi, le città isolane possono giocarsi una importante chance: quella di migliorare, dopo anni di stallo, i luoghi più bisognosi di attenzione: le periferie. Proprio da queste zone più densamente popolate in cui sono riscontrabili fenomeni di degrado, di insicurezza e di povertà si può e si deve ripartire. Non solo per arginare il disagio sociale ed economico in cui versano questi quartieri che, piaccia o no, sono parte integrante delle nostre città, ma anche e soprattutto per consentire a queste ultime di sfruttare tutto il potenziale nascosto.
 

Articolo pubblicato il 20 aprile 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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