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Rifiuti, incubo e salasso per i siciliani
di Rosario Battiato

Utilitalia e Cdp: nell’Isola senza impianti i cittadini pagano in media 100 € in più per la Tari rispetto a quelli del Nord. Differenziata inutile, a Tel Aviv spazzatura separata direttamente dalle macchine 

Tags: Raccolta Differenziata, Rifiuti, Sicilia, Tari



PALERMO – Un Paese, come da tradizione, che si ritrova a tendere furiosamente verso direzioni opposte, al punto da rischiare di spezzarsi. I dati del Green book 2018, realizzato per Utilitalia dalla Fondazione Utilitatis in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti, certificano le due Italie dei rifiuti: quella che differenzia, ricicla e ricava energia e quella che invece presenta valori ancora minimi su tutti i fronti, con un’impiantistica tutta da avviare. E non stupisce, pertanto, che proprio al Nord, dove il sistema di gestione integrata del rifiuto è avviato e strutturato, le tariffe siano decisamente inferiori al resto del Paese e, in particolare, alla Sicilia che, dopo l’ennesima concessione dei poteri speciali, proverà a tirarsi fuori dalle secche dell’immobilismo a partire dai punti fissati nel nuovo piano stralcio approvato in giunta alla metà di aprile.
 
I numeri dell’ultimo Green book dicono che il Nord si presenta con una media di raccolta differenziata pari al 64%, con quasi tutte le province sopra il 50%, mentre il Sud, registrando situazioni fortemente arretrate, non raggiunge la media del 38%. Ancora peggio riesce a fare la Sicilia. I dati Ispra relativi al 2016 certificano un sistema che ha interrato circa 1,8 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, l’80% dei 2,3 milioni prodotti (al Sud la media è del 62% circa). La raccolta differenziata è migliorata – 15,4% contro il 12% del 2015 – ma resta largamente al di sotto della media nazionale (52,5%) persino considerando le proiezioni più recenti fornite dalla Regione che la collocano a oltre il 20%.
 
Nella fascia settentrionale del Paese troviamo Veneto, con il 72,9%, Trentino Alto Adige, con il 70,5%, Lombardia, con il 68,1%, e Friuli Venezia Giulia, con il 67,1%, che hanno largamente superato l’obiettivo minimo sancito dall’Ue per il 2012 e fissato al 65%. Ma molte altre regioni della fascia centro-settentrionale hanno comunque superato la quota del 60%, e persino quelle considerate storicamente più in difficoltà, come la Campania, si spingono oltre il 50%.
 
Numeri che non esauriscono una problematica che è strettamente legata all’avvio di una filiera del riciclo che da queste parti non si è mai vista: “Vi sono regioni in cui il quadro impiantistico è molto carente o del tutto inadeguato, è il caso della Sicilia, dove i rifiuti urbani smaltiti in discarica rappresentano ancora l’80% del totale dei rifiuti prodotti”.
 
Il giudizio dell’Ispra è chirurgico nella sua esattezza ed è confermato anche dai contenuti del piano stralcio approvato in Giunta a metà aprile che dovrà servire a individuare gli “interventi necessari, sul piano gestionale e impiantistico, a sostenere la raccolta differenziata dei rifiuti – si legge in una nota firmata dall’assessore Alberto Pierobon – attraverso l’impiantistica minima necessaria e sufficiente in questa fase di transizione”.
 
Tra gli obiettivi previsti ci sono la realizzazione degli impianti per la selezione del secco e degli impianti di compost per i rifiuti organici (entro un anno e mezzo), i centri polifunzionali di preparazione al riutilizzo dei rifiuti e all’avvio del distretto industriale del riuso (entro un anno).
 
Non si faranno, stando alla posizione espressa dal governo regionale in più di un’occasione, gli impianti di valorizzazione energetica del rifiuto che, invece, prosperano al Nord. Nel 2016 si sono registrati in tutta Italia 41 impianti di incenerimento che trattano rifiuti urbani, inclusa la frazione secca (Fs), il combustibile solido secondario (Css) e il bioessiccato derivanti dal trattamento meccanico biologico dei rifiuti urbani stessi.
 
Il 63% delle infrastrutture è localizzato nelle regioni settentrionali (26 impianti), col netto predominio di Lombardia ed Emilia Romagna (rispettivamente 13 e 8 impianti operativi). Nel Centro e nel Sud, invece, gli impianti di incenerimento operativi sono rispettivamente 8 e 7, zero in Sicilia.
 
Gli impianti lavorano milioni di tonnellate di rifiuti: 28 impianti, in particolare, hanno trattato circa 3,8 milioni di tonnellate di rifiuti ed effettuato un recupero energetico elettrico pari a quasi “2,9 milioni di MWh di energia elettrica”, certifica l’Ispra sul report; altri 13 impianti, invece, sono dotati di “cicli cogenerativi e hanno incenerito oltre 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti con un recupero di energia termica di circa 2,2 milioni di MWh e di energia elettrica di quasi 1,7 milioni MWh”. Tra il 2006 e il 2016, il recupero dell’energia elettrica è passato da quasi 2,9 milioni a oltre 4,5 milioni di MWh.
 
Se i rifiuti non vengono riciclati o non producono energia, e quindi costituiscono soltanto un passivo da smaltire in discarica, è evidente che i costi sono destinati a lievitare. Lo certifica il Green Book che fotografa appunto un’Italia in tre tronconi, con le gestioni migliori che confermano una tenuta più economica.
 
Analizzando le tariffe 2017 su una popolazione complessiva di circa 18 milioni di abitanti nei comuni capoluogo, si è registrato che una famiglia tipo ha speso mediamente 227 euro in un comune sotto i 50mila abitanti e 334 euro in comune con popolazione a 200mila abitanti. Facendo la media, al nord la spesa è stata di 271 euro, di 353 al centro e di 363 al sud.
 
È sufficiente ricordare, per andare più in dettaglio, che la media regionale dei costi specifici annui pro capite (euro/abitante), monitorati dall’Ispra, è stata pari a 209,24 euro in Sicilia e a 166,58 euro in Lombardia (dati 2016).
 

 
Differenziata flop? A Tel Aviv da anni i rifiuti vengono separati nell’impianto
 
PALERMO – Di tecnologia ArrowBio si discute ormai da molto tempo: un paio di anni fa era stata salutata come la “rivoluzione copernicana” nel settore dei rifiuti da parte della Regione Puglia di Emiliano mentre nel 2010 era stata la giunta di Civitavecchia a ipotizzarne l’utilizzo tramite un progetto preliminare e sperimentale.
 
In tempi più recenti, tra il 2015 e il 2016, un caso ha riguardato anche Ciminna, piccolo comune nel palermitano, dove un progetto per smaltire rifiuti tramite la tecnologia israeliana è stato bloccato dal Consiglio comunale dopo un primo via libera della Giunta (progetto da 20 milioni di euro per un impianto che avrebbe dovuto servire circa 120mila persone).
 
A definirne il funzionamento è un rapporto Enea del 2009 che descrive le varie tipologie di trattamento dei rifiuti urbani. “Si tratta in pratica – si legge – di un processo di digestione anaerobica ‘personalizzato’ per l’accettazione in ingresso di Rur non trattati”. Il pretrattamento si effettua in loco attraverso un’immersione dei rifiuti “in un bagno di acqua che, basandosi sulla diversa densità dei materiali presenti nei rifiuti, funge da separatore” in diverse correnti: una con i materiali non solubili, destinabili a riciclo secondo il proponente; l’altra con “tutte le frazioni a base di biomassa (inclusi carta e cartone), che costituisce l’alimentazione alla successiva fase di digestione anaerobica di tipo tradizionale”.
I flussi in uscita dal trattamento sono “metalli ferrosi e non; vetro e inerti; plastiche leggere e pesanti; biogas da destinare a recupero energetico; digestato; acque reflue da trattare”.
 
Il primo impianto da 40mila tonnellate all’anno è stato realizzato a Tel Aviv, in Israele, e di fatto permette di superare la tradizionale raccolta differenziata a monte, anche se lascia qualche perplessità agli addetti ai lavori: in merito c’è uno studio dettagliato del biologo Gianni Tamino, rilasciato negli anni scorsi, che evidenzia alcune criticità, tra cui la contrarietà alla normativa Ue di gerarchia dei rifiuti che prevede appunto la separazione a monte della raccolta, e poi la posizione espressa dall’Enea che, nell’unico studio dedicato al brevetto, risalente a quasi un decennio fa, sottolineava di non poter dare, sulla base dei dati disponibili, un giudizio definitiva sulla validità complessiva del trattamento e inoltre “si intende richiamare l’attenzione sul fatto che si tratta di una tecnologia ‘site specific’ che non risulta essere di agevole estensione alla realtà nazionale”.

Articolo pubblicato il 09 maggio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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