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Caporalato: migranti resi schiavi, due arresti in Sicilia
di Redazione

A Marsala e Mazara del Vallo svelato grazie alla Polizia di Stato l'altro volto dell'immigrazione contro cui si batte Salvini: uomini lasciati a pane e acqua da agricoltori-caporali che si facevano chiamare "padrone". Persone private persino dei loro nomi e chiamati con quelli della settimana. Quegli italiani che non sono più "brava gente". Albanese arrestato a Vittoria

Tags: Caporalato. Migranti, Schiavi, Arresti, Sicilia, Marsala, Mazara, Padrone



Erano costretti a lavorare per tre euro all'ora nelle campagne di Marsala e di Mazara del Vallo, ricevevano pane duro a pranzo e a cena, venivano sfruttati anche per 12 ore al giorno.
 
E' la storia di diversi migranti, clandestini e regolari, reclutati da due agricoltori di Marsala (Trapani), padre e figlio, rispettivamente di 68 e 35 anni, arrestati oggi dalla Polizia di Stato di Trapani.
 
I due sono finiti ai domiciliari su ordine del Gip di Marsala con l'accusa di sfruttamento della manodopera aggravato e in concorso.
 
Il Giudice ha disposto anche il sequestro preventivo di due vigneti e di un vasto oliveto, di proprietà degli arrestati, dove venivano fatti lavorare gli immigrati.
 
Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Procura della Repubblica di Marsala, sono durate sei mesi e hanno accertato che i due "caporali" sfruttavano gli immigrati facendoli lavorare non solo nelle proprie aziende, ma anche mettendoli a disposizione di altri agricoltori di Mazara del Vallo e di Marsala.
 
Un'indagine che, con altre sul caporalato svolte in ogni parte d'Italia e con quanto sta avvenendo con la chiusura dei porti da parte del leghista Salvini e del grillino Toninelli, dimostrano come gli italiani, all'estero, vengano sempre meno considerati "brava gente".
 
Quasi ogni mattina i due caporali andavano a prelevare i migranti-schiavi con le loro automobili e li portavano nei campi per fare la vendemmia, la raccolta delle olive, della frutta e della verdura.
 
Sono state le intercettazioni e le telecamere installate dagli investigatori a inchiodare i due responsabili.
 
Dalle indagini è emerso che i lavoratori dovevano rivolgersi ai due uomini chiamandoli "padrone" e, questi, a loro volta li chiamavano con i nomi dei giorni della settimana: Giovedì era il nome assegnato a uno degli uomini sfruttati, come il buon selvaggio Venerdì del "Robinson Crusoe" di Daniel Defoe.
 
Gli immigrati venivano prelevati da un capannone nelle campagne di Marsala, dove vivevano in pessime condizioni igienico sanitarie, o erano reclutati direttamente nei centri di accoglienza per migranti.
 
Padre e figlio svolgevano rapide contrattazioni con gli immigrati sulla paga oraria, sulle ore di lavoro e sul cibo e decidevano quale lavoratore impiegare: chi "faceva troppe storie" sul compenso o sul cibo veniva subito "scartato".
 
Dalle indagini della Polizia di Stato è emerso che gli arrestati sfruttavano la manodopera almeno da tre anni, facendo fare turni di lavoro massacranti che iniziavano alle 5 del mattino.
 
Tre euro era la paga oraria massima oltre alla "mangiarìa", cioè il panino che i due "caporali" davano ai lavoratori come pasto della giornata, non sempre previsto se la paga era un po' più alta.
 
Spesso, però, il pane era duro e scarso; per questo motivo, alcuni degli immigrati sfruttati si lamentavano, chiedendo almeno del pane più morbido e più abbondante.
 
I terreni sequestrati dalla Polizia saranno confiscati dallo Stato, perché utilizzati per compiere il reato di sfruttamento della manodopera.
 
 
In un'altra indagine sul caporalato svoltasi a Vittoria (Ragusa), un imprenditore agricolo albanese è stato arrestato dalla Polizia per sfruttamento di suoi connazionali clandestini.
 
Si tratta di Auglent Lalollari, di 34 anni,  accusato di sfruttamento come il padre, che è stato però denunciato in stato di libertà.
 
Anche in questo caso i braccianti erano pagati pochi euro l'ora, e soltanto i giorni in cui lavoravano, ed erano costretti dallo stato di bisogno ad accettare ogni trattamento da parte del titolare, anche quello di vivere in fogne a cielo aperto.
 
I servizi igienici delle strutture in cui vivevano non erano infatti collegati alla rete fognaria e i liquami venivano dispersi a cielo aperto nella parte retrostante la fatiscente abitazione, costringendo gli operai a convivere con ratti e insetti.
 
Al lavoro nei campi c'era anche una donna incinta in una serra con oltre 40 gradi di calore, tanto che giunta negli uffici della Polizia è stata colta da malore per la troppa fatica.
 
La Squadra Mobile di Ragusa e il Commissariato di Vittoria durante l'operazione in un garage dell'azienda hanno trovato una moto rubata e diversi oggetti provento di furto le cui foto sono state pubblicate sulla pagina facebook della Questura di Ragusa per permettere ai proprietari di individuarli e ottenerne la restituzione.
 
La polizia ha scoperto anche un allaccio abusivo alla rete elettrica, che è stato rimosso da tecnici dell'Enel. Per questo l'imprenditore è stato denunciato anche per ricettazione e furto di energia elettrica.
 
 

Articolo pubblicato il 14 giugno 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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