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Palermo: storpiavano bisognosi per truffare le assicurazioni
di Redazione

Sgominate dalla Polizia due organizzazioni sfruttavano migranti, dipendenti da alcool o droghe, persone in miseria con problemi mentali, tutti "consenzienti". Sessanta indagati e undici fermi, tra cui un'infermiera dell'ospedale Civico. La morte di un tunisino ucciso da un infarto causato dal trauma ha fatto scoprire tutto

Tags: Palermo, Storpiavano, Bisognosi, Truffa, Assicurazioni, Emarginati



Due organizzazioni sfruttavano migranti, dipendenti da alcool o droghe, persone in miseria o con problemi mentali, rompendo  loro braccia e gambe e sostenendo che quelle lesioni erano la conseguenza di incidenti stradali, in modo da poter poi  truffare le assicurazioni.
 
La vicenda, degna di un film dell'orrore, è stata portata alla luce a Palermo dalla Polizia di Stato che ha sgominato due pericolose organizzazioni criminali.
 
Le indagini riguardano ben sessanta persone e hanno portato a undici fermi.
 
Sono quelli di Michele Caltabellotta, 45 anni, un perito assicurativo di Palermo che sarebbe a capo di una delle due organizzazioni, Giuseppe Burrafato, di Termini Imerese, 27 anni, Antonia Conte, 51 anni, Francesco Faja, 37 anni, Isidoro Faja, 35 anni, Salvatore La Piana, 49 anni, Francesco Mocciaro, 50 anni, Giuseppe Portanova, 41 anni. Antonino Santoro, 47 anni, Massimiliano Vultaggio, 48 anni, tutti di Palermo.
 
Palermitano anche Michele Di Lorenzo, 36 anni, che è stata una delle ultime persone utilizzate per inscenare un falso incidente ed uscito dagli uffici della squadra mobile per andare in carcere con le stampelle.
 
Un altro indagato è ricercato.
 
I pm di Palermo Alfredo Gagliardi e Daniele Sanzone e il procuratore aggiunto Salvatore De Luca, nel provvedimento di fermo, scrivono che erano violenze "spaventose" quelle che le due associazioni scoperte dalla Polizia a Palermo commettano sulle vittime per poi ottenere i rimborsi assicurativi.
 
Le associazioni erano strutturate in maniera "verticistica": alla base vi sono coloro che si occupavano di arruolare le vittime dei falsi incidenti, persone "cercate in contesti caratterizzati da degrado e povertà": e in questo contesto, scrivono i pm, "colpisce l'estremo cinismo degli associati, i quali privilegiavano l'avvicinamento di persone in disastroso stato economico, nonché sovente colpite da ritardi psichici o da tossicodipendenza".
 
Vittime che venivano costantemente raggirate: la promessa di avere quote dei rimborsi assicurativi o non veniva mai mantenuta. O, nella migliore delle ipotesi, ottenevano solo una piccola parte.
 
Una volta ricostruito il falso incidente iniziavano le violenze vere e proprie: le vittime venivano trasportate in appartamenti o magazzini a disposizione delle organizzazioni e affidati "alle cure dei sodali più violenti e pericolosi, incaricati della spaventosa fase della frattura delle ossa".
 
"Le vittime - scrivono i pm - vengono blandamente anestetizzate con del ghiaccio o con farmaci, gli arti vengono appoggiati in sospensione tra due blocchi di pietra o cemento e poi viene lanciata con violenza, sulla parte dell'arto sospesa, una borsa piena di pesi in ghisa o di grosse pietre in modo da provocare fratture nette e possibilmente scomposte, poiché produttive di un più ingente risarcimento".
 
A quel punto le vittime, "in preda a lancinanti dolori" vengono portati negli ospedali dove altri appartenenti all'organizzazione prendono in carica i soggetti per evitare che qualcuno di loro possa ripensarci e denunciare quello che era accaduto.
 
Come detto, insomma, i membri dell'organizzazione reclutavano le persone da storpiare tra gli gli emarginati, gli ultimi, i più bisognosi, attraendoli con la promessa di somme di denaro.  Così, i disperati davano il loro consenso a subire ogni tipo di violenza.
 
Le menomazioni erano tali che le vittime o finivano in sedia a rotelle o erano costrette a muoversi per lunghi periodi con le stampelle.
 
E fu un embolo causato dalle fratture a causare l'infarto che uccise  un migrante tunisino abbandonato, nel gennaio del 2017, in una strada della periferia di Palermo.
 
Proprio le indagini scaturite da quel presunto incidente, hanno portato gli uomini della squadra mobile di Palermo a coprire le due organizzazioni.
 
Soltanto a distanza di mesi i poliziotti hanno avuto le prove che il migrante era stato ucciso dalle fratture provocate dai membri di una delle due organizzazioni proprio con l'obiettivo di simulare un incidente e ottenere così i rimborsi assicurativi.
 
Dalle indagini è emerso che in alcune situazioni i membri delle associazioni criminali somministravano in maniera rudimentale dosi di anestetico alle vittime, per tentare di ridurre e attenuare il dolore delle mutilazioni subite.
 
L'anestetico veniva procurato da una delle persone fermate, un'infermiera in servizio all'ospedale Civico di Palermo.
 
I dettagli dell'operazione saranno illustrati nel corso di una conferenza stampa in programma alle 11 in Questura.

Articolo pubblicato il 08 agosto 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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