Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia Ŕ su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app

Comuni: solite politiche, stessi fallimenti
di Paola Giordano

Siope: spese correnti alle stelle e investimenti ridotti al lumicino. Così si blocca lo sviluppo. Palermo, Catania e Messina si arrendono al confronto con Genova, Firenze e Verona. I costi per il personale ingessano le uscite. Cantieri e infrastrutture possono attendere



PALERMO – Nei Comuni siciliani non c’è spazio per gli investimenti e per lo sviluppo.
Dalle cifre relative all’anno 2017 rese pubbliche dal Sistema informativo sulle operazioni degli Enti pubblici (Siope) emerge, infatti, una triste realtà: gli Enti locali mostrano una grande “generosità” nello stanziare – ma soprattutto nello spendere – ingenti importi per le voci relative alla spesa corrente ma riescono, al contempo, a contenersi e a diventare “parsimoniosi” quando si tratta di spesa in conto capitale.
 
Dati alla mano, le tre città più popolose dell’Isola – Palermo, Catania e Messina – hanno destinato ingenti somme per la gestione delle rispettive macchine amministrative e hanno invece riservato poche briciole alla spesa produttiva.
 
I numeri registrati dal sistema di rivelazione telematica di incassi e pagamenti effettuati dai tesorieri di tutte le Pubbliche amministrazioni, nato dalla collaborazione tra Ragioneria dello Stato, Banca d’Italia e Istat, non lasciano spazio ad alcun dubbio: Palermo, Catania e Messina hanno sborsato, insieme, oltre 2,5 miliardi per la spesa corrente e solo 230 milioni circa per quella in conto capitale. Tra le due somme c’è un abisso, che si conferma anche guardando ai singoli dati relativi alle tre città.
 
Prima di addentrarci nell’intricato mondo dei numeri è utile effettuare una distinzione tra la spesa corrente e quella in conto capitale: la prima, spesso definita “cattiva”, riguarda infatti tutte quelle voci del bilancio comunale necessarie all’ordinaria amministrazione dell’Ente, vale a dire i costi per i redditi da lavoro dipendente (pensioni comprese), per beni e servizi o, ancora, per gli interessi passivi e gli oneri straordinari della gestione corrente. La seconda, invece, comprende tutti gli importi destinati a progetti a lungo termine che producano beni durevoli e utili per la comunità, quali per esempio l’acquisizione di immobili, la realizzazione di infrastrutture o, più in generale, quelle spese riferite a investimenti atti a ottenere guadagni per l’Ente. Spesa improduttiva contro ricavi, in sostanza.
 
SPESA CORRENTE
 
Palermo, Catania e Messina hanno registrato lo scorso anno cospicue somme dedicate alla gestione delle rispettive macchine amministrative: il capoluogo regionale ha superato abbondantemente il miliardo di euro, mentre il Comune etneo ha sfiorato quota 900 milioni. La Città sullo Stretto ha riportato un importo più modesto rispetto alle altre due, ma pur sempre elevato: di milioni infatti ne ha spesi più di 590. Tali cifre, rapportate al numero di abitanti residenti nelle tre città, forniscono un quadro allarmante: Palermo raggiunge i 1.600 euro di spesa pro capite, Messina arriva a 2.492 euro e Catania schizza a più di 2.860 euro ad abitante.
A parità o quasi di abitanti, le siciliane hanno una spesa pro capite inferiore (o quasi) a quella delle cugine centro-settentrionali: Catania, rispetto a Firenze, spende 66 euro in meno per ciascun abitante, Messina eroga 207 euro in meno di Verona e Palermo, invece, sborsa una quindicina di euro in più rispetto a Genova.
Lo scenario, però, diventa inquietante se si comparano i risultati riportati dalle sei città prese in esame in merito alla spesa per il personale: Palermo, con i suoi 592 euro pro capite, eroga ben 127 euro in più rispetto al capoluogo ligure, che spende 465 euro per abitante. Catania sborsa ben 887 euro pro capite, mentre Firenze si ferma a 725: ciò vuol dire che il comune etneo spende 162 euro in più rispetto al capoluogo toscano. La differenza di spesa si allarga addirittura a 211 euro tra Messina (896 euro pro capite) e Verona (685 euro).
Nella spesa per il personale, insomma, non c’è partita: nessuno può batterci. Purtroppo.
 
SPESA IN CONTO CAPITALE
 
Anche sul fronte delle somme destinate agli investimenti non c’è storia: le siciliane risultano tristemente “sconfitte”dalle città centro-settentrionali.
Delle tre isolane Messina è la città che ha investito di più: 97,2 milioni contro gli 81,6 di Palermo e addirittura i 51 di Catania. Ed è il Comune che teme meno il confronto con il Centro-Nord: 410 euro per abitante contro i 490 scarsi di Verona.
Palermo, con i suoi 121 euro pro capite per gli investimenti, è, rispetto alle altre due siciliane tirate in ballo, la città più “oculata” ed è lontana dalle cifre di Genova, che ha corrisposto, per la spesa in conto capitale, poco più di 200 euro.
La città etnea, infine, è quella che nel confronto con il Centro-Nord ha avuto la peggio: Firenze, infatti, ha impiegato in investimenti una quota tre volte più alta rispetto a quanto corrisposto da Catania. Il che, tradotto in spesa pro capite, indica che la città dei Medici ha investito quasi 440 euro, mentre alle pendici dell’Etna di euro ne sono stati mediamente impiegati solo 163. Con una discrepanza di circa 276 euro.
Le risorse economiche di molti Comuni d’Italia – specialmente nel Sud – sono sì ridotte all’osso, ma senza investimenti che a lungo termine possano generare crescita e sviluppo, sarà sempre più difficile rianimarle.
 

Articolo pubblicato il 23 agosto 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus

´╗┐