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Gli Usa vòlano, l’Italia piange
di Carlo Alberto Tregua

Crescita bloccata dalle corporazioni

Tags: Economia, Pil



Nell’ultimo trimestre 2009 l’economia Usa ha avuto la crescita più alta degli ultimi  sei anni: + 5,7 per cento. Nello stesso periodo l’economia italiana ha avuto una crescita di un misero 0,6%. Bisogna tener conto che gli Usa hanno una popolazione di 300 milioni di abitanti contro 60 milioni di italiani, ma il Pil della prima economia del mondo è di oltre 13 mila miliardi di dollari contro poco più di 1.500 miliardi di euro della Penisola.
Sono due pianeti diversi ove nel primo il lavoro è dinamico, si entra e si esce con rapidità, nessuno cerca il posto fisso ma tutti vogliono crescere e, per crescere, diventano competitivi. Negli Stati Uniti è molto diffuso il venture capital, cioè il finanziamento di progetti ad alto rischio, sapendo in partenza che solo due su dieci hanno successo. Ma gli utili che producono questi ultimi coprono ampiamente le perdite degli altri otto che vanno in malora.
Questo meccanismo ha prodotto una serie di campioni a livello mondiale quali Steve Jobs (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia), Larry Page e Sergey Brin (Google)

Barack Obama è stato capace di ribaltare una situazione tragica dando ascolto alla mente acuta del presidente della Federal Reserve (l’Istituto di emissione) Ben Bernanke, che, proprio nelle ultime settimane, è stato riconfermato nella carica per altri quattro anni.
La politica del governo americano è stata quella di intervenire massicciamente nel settore dell’economia, principalmente in quello bancario e in quello dell’automobile, mediante prestiti e non contributi a fondo perduto, che già quest’anno incominciano a essere restituiti sia dalle banche che dalle case automobilistiche.
Ford sta riassumendo, General Motors non ha venduto l’Opel tedesca, la Chrysler, terza big americana sotto la cura di Sergio Marchionne sta riprendendo terreno. In Usa la tendenza si è ribaltata rapidamente.
La Cina, dal canto suo, continua a correre con una crescita del Pil di oltre il 10 per cento l’anno e non distante vi è l’India. Sembra incredibile accertare la capacità del popolo americano nel ribaltare una situazione che, a metà 2009, sembrava disastrosa.
 
Nel pianeta Italia l’economia, invece, langue perché soffocata da tante corporazioni che attingono alla greppia pubblica senza pudore. Quando si pensa che il bilancio pubblico è tuttora composto per il 93 per cento da oneri inderogabili, si capisce come la libertà di manovra sia ridotta all’osso.
Tale spesa rigida è conseguente ad un quadro normativo e procedurale che impedisce l’attuazione di una flessibilità efficace. Nel 2010, la spesa pubblica sarà pari al 51 per cento del Pil, più di 800 miliardi di euro, cioè in crescita rispetto al quinquennio precedente. Una spesa senza controllo perché i ministri fanno una politica clientelare e tirano il lenzuolo dal loro lato, non essendo statisti.
La spesa è senza controllo anche perché le amministrazioni non la legano ai risultati. Solo la verifica degli indicatori di performance consentirebbe di valutare la validità della spesa e, per conseguenza, le competenze e la professionalità dei dirigenti che la effettuano. L’ulteriore conseguenza sarebbe il rapporto tra performance e merito, da cui deriva poi la responsabilità di attuare una missione.

In Spagna, l’economia ha subìto più danni dalla crisi perché si era sviluppata di più. Ma Zapatero è corso ai risparmi del bilancio statale varando un piano di austerità che prevede un taglio di 50 miliardi di euro e l’aumento dell’età pensionabile per uomini e donne da 65 a 67 anni.
La strada dello sviluppo di qualunque nazione passa per una riduzione della spesa corrente (cattiva). Se i governanti italiani fossero virtuosi, potrebbero tranquillamente tagliare la spesa pubblica del 5 per cento, pari a una quarantina di miliardi, e destinare l’esubero finanziario in parte alla riduzione dell’enorme debito pubblico e, per l’altra parte, a investimenti in infrastrutture e modernizzazione dello Stato. Tutto ciò senza ridurre le spese sociali, ma tagliando sprechi, apparati, costo della politica.
Il quadro è chiaro, le soluzioni ci sono. Basta avere forza morale e politica, ed onestà per adottarle.

Articolo pubblicato il 09 febbraio 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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