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Balneazione, sindaci inadempienti
di Rosario Battiato

Ambiente. La qualità del mare in cui ci tufferemo.
Lo stato delle acque. Secondo gli ultimi dati dell’Istat la percentuale di costa balneabile in Sicilia è diminuita in contemporanea all’aumento dei controlli eseguiti lungo le coste.
Le cause. Accanto ai siti perennemente inquinati perché vicini alle aree dell’industria pesante, emerge un’altra cronicità. Riguarda l’assenza o l’insufficienza dei depuratori.

Tags: Ambiente, Legambiente, Bandiere Blu



PALERMO – I siciliani e i turisti stranieri si preparano per l’arrivo della stagione estiva. Ma le acque e i litorali isolani sono pronti ad accogliere i natanti?
La situazione generale appare  confortante e il bilancio complessivo di questa stagione appare migliorato rispetto lo scorso anno in termini di spiagge balneabili – secondo l’elenco pubblicato dall’Osservatorio Epidemiologico sulla Gurs regionale dello scorso 26 marzo - ma ci sono ancora diverse criticità da risolvere.
Tra le priorità l’inquinamento derivato dalle aree industriali, il ruolo degli enti locali, e l’assenza di un politica dell’eccellenza per le nostre spiagge che infatti hanno meritato appena quattro Bandiere blu - anche se il riconoscimento non è soltanto legato alla qualità delle acque marine - nell’ultima edizione dei premi consegnati dalla Fee (Foundation fo Environmental Education).
 
L’ultimo rapporto Istat, pubblicato a fine maggio, fotografa lo stato della situazione nazionale in materia di coste balneabili.
Complessivamente dal 2003 al 2008 la costa balneabile isolana è diminuita passando dal 62,5% al 62,2%, un dato che potrebbe derivare dal maggiore numero di campionamenti effettuati. Tra il 2003 e il 2008 è infatti cresciuta la quantità di costa monitorata, facendo passare la percentuale di litorale non balneabile dal 21,3% al 20,6%. Complessivamente il 37,7% delle coste isolane non risulta balneabile ed è un dato che piazza l’Isola tra le prime cinque peggiori regioni d’Italia. Scomponendo il dato in dettaglio si scopre che il 4,1% dell’acqua isolana risulta permanentemente inquinato, in crescita dello 0,1% rispetto al 2003.
Poi ci sono i dati dettagliati dell’Osservatorio epidemiologico. Nel complesso i risultati sono incoraggianti: 230 chilometri di litorale non balneabile, su un totale complessivo di 1.484 chilometri. Di fatto ci sarebbero anche altri 300 chilometri di costa non sufficientemente controllata, secondo l’ultimo rapporto balneazione del ministero della Salute del 2009.

Ovviamente in cima alla lista dei nemici delle nostre acque ci sono le zone industriali. “Da primato è la concentrazione di impianti – si legge nel rapporto Legambiente 2009 Mare Monstrum, l’ultimo disponibile in attesa che l’associazione del cigno pubblichi l’edizione 2010 - sul versante orientale della Sicilia: l’area industriale di Priolo, che si estende su 30 chilometri di costa tra Augusta e Siracusa. Ammoniaca, cloro, acido fluoridrico, idrogeno solforato, ma soprattutto mercurio prodotti dall’ex Enichem e dalla Montedison, hanno per molti anni contaminato la falda in profondità e le aree marine intorno agli stabilimenti”.

Impossibile fare l’elenco dettagliato dei siti marittimi che l’inquinamento industriale ha pesantemente debilitato. Ma si possono fare degli esempi: il tratto di costa di oltre due chilometri da 200 metri nord scarico Enel a confine nord comune Melilli (scarico Sardamag), risulta permanentemente inquinato, secondo l’ultimo elenco stilato dall’osservatorio epidemiologico regionale e pubblicato sulla Gurs del 28 marzo scorso.

Sorte ben più mesta è toccata a Gela che appare come l’unico comune coinvolto nella fascia della non balneabilità in tutta la provincia di Caltanissetta, dove ben quattro chilometri rientrano appunto nella zona industriale Enichem.
Ma i problemi sono anche altri. Si è ormai cristallizzata in Sicilia la questione depuratori. Diversi divieti di balneazione sono infatti scaturiti proprio nelle aree in cui sono assenti impianti moderni di depurazione, ad esempio a 200 metri ad ovest del depuratore Asi nel comune di Pace del Mela, in provincia di Messina, nella famigerata zona industriale.

Ma la stessa situazione si verifica anche in alcuni tra i comuni capoluogo più importanti dell’Isola. Ad inizio maggio infatti la Commissione Europa ha puntato l’indice contro 178 centri urbani italiani superiori ai 15 mila abitanti, tra cui 74 nell’Isola, che non si sono ancora conformati alla direttiva comunitaria, e tra queste realtà non potevano mancare due siciliane doc come Palermo e Messina.

Una buona fetta di responsabilità resta tuttavia in mano ai comuni marittimi che ancora non hanno realizzato il piano di utilizzo del demanio marittimo, il cosiddetto “piano spiagge”, previsto sin dal 2005. Secondo la Regione sono appena il 30% sono i comuni che l’hanno già elaborato.
 

 
Il punto. Sono 177 i siti vietati alla balneazione
 
PALERMO – La situazione della balneabilità registra un trend in continuo miglioramento, ma permangono ancora zone che per diverse motivazioni – campionamento insufficiente, depurazione, zone industriali, altre forme di inquinamento – restano vietate ai natanti.
Sono 177 i punti considerati provvisoriamente o permanentemente vietati dal dirigente generale del dipartimento regionale per le attività sanitarie ed Osservatorio Epidemiologico. Alcune tra le zone più interessate sono proprio le aree industriali: 11 chilometri di spiaggia a Termini Imerese da Solfara Zona portuale a Zona industriale Torre Battilamano e poi le ben note realtà di Priolo e Gela. Ma restano off-limits anche le zone di scarico dei comuni. La situazione, pertanto, merita un attento monitoraggio da parte delle autorità competenti anche in merito ad altre situazione di illegalità sulle coste come l’abusivismo edilizio.
Secondo l’ultimo rapporto Legambiente Mare Monstrum 2009 la Sicilia è la seconda regione d’Italia per infrazioni a mare, a quota 2.286, e seconda solo alla Campania.

Articolo pubblicato il 01 giugno 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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