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Di Mauro: “L’ambiente è il bene principale”
L’assessore regionale spiega al prestigioso Financial Times le ragioni del no siciliano alle trivellazioni nel Mediterraneo. “Le raffinerie hanno inquinato le spiagge meridionali dell’Isola, la storia non si ripeta”

Tags: Roberto Di Mauro, Perforazioni Offshore, Financial Times



ROMA - “Non siamo contro lo sviluppo, ma questo tipo di attività mette a repentaglio il nostro principale asset: l’ambiente”. Lo ha dichiarato al Financial Times l’assessore all’Ambiente della Regione siciliana, Roberto Di Mauro. In un articolo dal titolo “I siciliani si mobilitano contro le perforazioni offshore”, il giornale finanziario britannico dà largo spazio ai progetti di sviluppo dell’industria petrolifera al largo delle coste siciliane e alle preoccupazioni per la conservazione ambientale innescate da questi progetti. 
 
“I timori seguiti al disastro di Bp nel Golfo del Messico e i suoi piani di avviare perforazioni in acque profonde al largo della Libia - scrive l’Ft - ha dato vita a molte contrarietà a livello centrale e regionale, con decine di sindaci che si preparano a incontrarsi per organizzare una protesta comune a Roma”. Per Di Mauro è importante “‘che la storia non si ripeta’, riferendosi alla costruzioni negli anni Sessanta di raffinerie che hanno inquinato le spiagge della Sicilia meridionale”.
 
L’Ft, nell’articolo co-firmato da Eleonora de Sabata e Guy Dinmore, ricorda anche che uno degli ultimi atti dell’ex ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola è stato, il 26 aprile, adottare nuove procedure per le perforazioni offshore - “meno di una settimana dopo l’esplosione della piattaforma Bp nel Golfo del Messico” - e ha emesso 20 nuove licenze per esplorazioni petrolifere a largo delle coste italiane, di cui 12 in Sicilia. 

Quanto ai timori degli abitanti dell’isola, il giornale sottolinea: “Le comunità costiere temono che le perforazioni siano troppo vicine ai parchi marini e che le licenze siano concesse a compagnie con risorse finanziarie limitate per gestire un eventuale disastro”. È questo il caso, si legge ancora, dell’australiana Adx la cui piattaforma è nel sito tunisino Lambouka-1 a poche miglia dalle coste occidentali di Pantelleria “ma che, in caso di perdite di petrolio, farebbe intervenire le sue navi antinquinamento ferme a Tunisi, a 70 miglia di distanza”.

“Il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha irritato l’industria petrolifera e sorpreso i propri colleghi quando il mese scorso - ricorda ancora il giornale finanziario britannico - si è detta a favore di una moratoria delle perforazioni in acque profonde sulla scia del disastro di Bp”. 

Intanto il titolare degli Esteri, Franco Frattini, ha chiesto “che il tema sia discusso a livello di Unione per il Mediterraneo”. Mentre la produzione di Eni e di Edison - “che estraggono petrolio dalle acque basse siciliane dagli anni Ottanta senza grandi incidenti”- “è cresciuta l’anno scorso del 130 per cento”, l’Ft ricorda ancora che “secondo il ministero dell’Industria, le compagnie con licenza o in attesa di un’autorizzazione a compiere esplorazioni in cerca di gas o petrolio a largo della Sicilia sono: “Eni, Edison, Adx, BG International, Northern Petroleum, Shell Italia, Northsun Italia, Petroceltic, Hunt Oil, San Leon Energy, Nautical Petroleum, Puma Petroleum e Sviluppo Risorse Naturali”.

Il punto. La causa è nell’aumento del prezzo al barile
 
PALERMO - “L’aumento del prezzo del costo del barile di petrolio ha determinato nei mari del nostro Paese il proliferare esponenziale delle istanze volte all’esplorazione e allo sfruttamento dei pur esigui giacimenti dell’oro nero. È la Sicilia l’area su cui si stanno concentrando i maggiori appetiti senza che la Regione e il suo governo abbiano avviato una riflessione sugli impatti ambientali, sui rischi e sugli effetti che trivellazioni e coltivazione dei pozzi marini avranno sul ‘mare territoriale siciliano’, sulle coste, sulla pesca, sui trasporti marittimi, sulle aree marine protette, sul turismo e sulle altre attività industriali ed economiche dell’Isola”. è quanto si legge in una nota di Legambiente.
 
Gli ambientalisti reputano “insufficienti” i provvedimenti del Governo nazionale e chiedono all’esecutivo regionale siciliano di “fare proprie le richieste che vengono dalla comunità e dalle associazioni ambientaliste” e, in particolare, il varo “di un Piano energetico e ambientale che comprenda anche la questione relativa alla gestione ed all’uso dei giacimenti di idrocarburi liquidi e gassosi in mare e sulla terraferma; il divieto di ulteriori ricerche, prospezioni e estrazioni di idrocarburi nel mare territoriale; l’obbligo per le Compagnie che attualmente eserciscono le piattaforme nel mare territoriale siciliano di presentare fidejussioni di importo adeguato a far fronte allo scenario di incidente piu' grave; la predisposizione e l’approvazione di un piano di dismissione in tempi rapidi delle attività di estrazione; la nomina dell’assessore per il Mare”. 

Il presidente della Provincia Tp: “Mezzi a 10 km da Pantelleria”
 
TRAPANI - Preoccupazione per “la presenza di almeno due rimorchiatori e di una piattaforma per trivellazioni nelle acque a circa 10 miglia a Nord-Ovest di Pantelleria” viene espressa dal presidente della Provincia di Trapani, Peppe Poma, che parla di “inquietanti manovre in mare” da parte di una compagnia australiana “peraltro già autorizzata ad estrarre petrolio”.
“A circa due mesi e mezzo di distanza dalla precedente missiva sullo stesso argomento trasmessa al ministro dell’Ambiente ed al presidente della Regione - continua Poma -, agli atti di questa Provincia non risulta acquisito alcun cenno di risposta. è un silenzio inquietante, che evidenzia una sorta di ingiusta mancanza di sensibilità istituzionale, di fronte ad un argomento di siffatta importanza qual è quello della ricerca di idrocarburi nel nostro mare con tutte le conseguenze facilmente immaginabili”.
 

Articolo pubblicato il 11 agosto 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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