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Riforma universitaria combattuta dai privilegiati
di Carlo Alberto Tregua

Occorre puntare su ricerca e didattica

Tags: Università, Maria Stella Gelmini, Tremonti



Guai a toccare i privilegi. Nelle università italiane ve ne sono tanti quanto è la modestia dell’insegnamento e della ricerca. è vero che il governo italiano investe per la ricerca lo 0,9% del Pil, cioè poco più della metà della media europea, ma è anche vero che l’investimento è poco efficace perché distribuito a pioggia senza progetti finalizzati all’innovazione di prodotti e di servizi. Inoltre, la massa di ricercatori anche a tempo indeterminato, può fare trascorrere gli anni senza pubblicare alcuno studio e vivere di rendita. No, bisogna cambiare regime inserendo massicce dosi di merito e togliendo dalle mani dei professori la gestione delle università. Non possono convivere nello stesso ambiente controllori e controllati. In tutte le università del mondo la gestione è separata da didattica e ricerca.
Vi è una seconda questione gravissima nelle università, peraltro comune a tutte le pubbliche amministrazioni: un eccesso di apparati ove si annidano raccomandati e privilegiati del tutto inutili al piano aziendale delle stesse.

La riforma Gelmini introduce 10 punti innovativi che tagliano sprechi e privilegi fra cui le parentopoli che hanno reso ridicole le università italiane in tutto il mondo. Famiglie intere a presidiare corsi fantasma ove erano presenti più docenti che studenti.
Riassumiamo i dieci punti principali della riforma: 1. perseguimento dell’equilibrio di bilancio. 2. Assunzioni e promozione in base alla valutazione dei risultati. 3. Taglio dei mandati a vita dei rettori con un periodo non superabile di sei anni. 4. Istituzione dell’albo nazionale dei ricercatori, i quali sono assunti a tempo determinato salvo fare i concorsi per professore associati. 5. Valutazione dei docenti in base al numero di pubblicazioni e alla qualità delle riviste su cui esse vengono pubblicate. 6. Taglio di sedi distaccate, corsi inutili e cattedre fantasma. 7. Governance separata dall’insegnamento e dalla ricerca con il consiglio di amministrazione composto da non professori. 8. Valutazione dei ricercatori in base al merito. 9. Taglio degli apparati amministrativi inutili. 10. Concorsi per professori depurati dalle raccomandazioni. Non si tratta di modifiche di poco conto, per cui ben si comprendono le proteste.
 
La legge 133/08 all’art. 59, comma 3, prevede la facoltà per una università statale di trasformarsi in fondazione, in modo da potersi autogestire senza vincoli di sorta ma sulla base di un principio di qualità, come fanno le molte università private che vi sono in Italia, dalla Bocconi alla Luiss, dalla Liuc alla Kore. Nessuno degli attuali rettori ha pensato di utilizzare questa possibilità, il che dimostra non che una università non possa vivere bene senza i finanziamenti statali, ma che essi non vogliono rinunziare alla possibilità di assumere personale in base al clientelismo. Insomma hanno mutuato i peggiori aspetti della partitocrazia.
Una vistosa lacuna vi è in questa riforma: non avere inserito la possibilità per le imprese di vario tipo di poter dedurre fiscalmente borse di studio e liberalità di vario genere. Come si pensa che le università statali possano attrarre risorse finanziarie senza che esse siano sgravate dai pesanti fardelli fiscali? Se il ministro Gelmini avesse inserito questa norma, col consenso di Tremonti, sarebbero arrivati finanziamenti che, così non arriveranno mai.
Il tentativo di bloccare questa riforma da parte di Fli è ovviamente strumentale, mentre il partito di Fini e la stessa opposizione potrebbero contribuire in aula a migliorarne diversi aspetti, purché indirizzati ad accentuare i principi di merito e responsabilità oggi del tutto assenti.
Purtroppo la cattiva politica non agisce nell’interesse dei cittadini postponendo quelli propri, ma vede il proprio meschino interesse, magari tattico, che impedisce di fare le cose per bene. Ci auguriamo che in poco tempo questa riforma venga approvata per evitare il suo insabbiamento anche nel caso di elezioni, mentre c’è bisogno che l’anno accademico 2011/ 12 cominci a funzionare con le nuove norme.
Un ultimo punto: il diritto allo studio previsto dalla Costituzione non significa il diritto al mantenimento degli scansafatiche (sono oltre 70.000 i fuoricorso solo nella nostra regione). I corsi durano 3 o 5 anni. Il mantenimento degli studenti non dovrebbe superare tali periodi.

Articolo pubblicato il 30 novembre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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