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Lavoro intellettuale e lavoro manuale
di Carlo Alberto Tregua

Occorrono competenza e competitività

Tags: Lavoro



Si discetta sulla differenza sociale fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. In un Paese moderno questa differenza dovrebbe essere ridotta al minimo e perfino scomparire. Quello che conta è il lavoro, innanzitutto e comunque sia purché in condizione di salvaguardare la salute fisica e mentale di chi lavora.
Dobbiamo ricordare che il lavoro libera dai bisogni. Esso non sempre si trova sotto la porta di casa, per cui bisogna essere disponibili a muoversi e ad andare in giro per il mondo.
È preferibile amare il proprio lavoro, tuttavia è meglio esercitarne uno che non si ama piuttosto che stare con le mani in mano. La regoletta che va seguita è: se non hai quello che ami, ama quello che hai. La libertà dal bisogno è superiore all’esigenza individuale di fare un lavoro che piace.

Socialmente è sembrato, negli anni passati, essere più importante il lavoro di pubblico dipendente. Questo era vero quando si accedeva alle mansioni pubbliche per concorso, in rigorosa osservanza dell’art. 97 della Costituzione. Dal 1980, con l’avvento di Bettino Craxi nonché dell’oligarchia democristiana di pessimo livello, il malcostume e la corruzione introdussero la regola del favore secondo cui un cattivo ceto politico cominciò a far entrare decine di migliaia di propri raccomandati nelle Pubbliche amministrazioni di vari livelli e nelle partecipate a controllo pubblico. Da lì mosse il fiume del precariato che ancora oggi, nel Sud, è un problema sociale rilevante.
Non solo il malcostume della chiamata diretta che saltava i concorsi ha creato una spesa corrente indomabile, ma ha creato anche una diseducazione professionale secondo cui si può stare in un posto di lavoro (che non significa lavorare) e percepire uno stipendio senza merito e responsabilità. è difficile spiegare tutto ciò ai dipendenti del settore privato, che lo stipendio lo devono guadagnare, mentre vi è parte dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici che percepisce stipendio senza guadagnarselo affatto.
Ancora più difficile è spiegare alle partite iva individuali (artigiani, piccoli commercianti, piccoli imprenditori, agenti di commercio e così via), che vi sono milioni di concittadini che vivono parassitariamente sulle casse pubbliche.
 
Andare all’Università, in passato, per le fasce meno abbienti, era un modo per salire sull’ascensore sociale. Tanto che agricoltori, artigiani, operai sacrificavano una vita per fare laureare i propri figli in modo che potessero accedere a posti ove la laurea era un lasciapassare. Da quando, negli ultimi trent’anni, vale meno di un pezzo di carta qualunque, essa ha abdicato alla sua funzione di lasciapassare. Oggi vi sono laureati che pur di farsi assumere alla Regione dichiarano di essere in possesso di una licenza di terza media, per entrare nei gruppi A e B, come uscieri, autisti o camminatori. Essi così dichiarano di vergognarsi della propria laurea, anzi di ripudiarla accontentandosi di fare qualcosa per cui hanno speso inutilmente molti anni della propria vita.
L’altra faccia della medaglia è che in Sicilia il lavoro c’è, ma per chi possieda competenza e professionalità, non un inutile pezzo di carta, ripetiamo, quale è il titolo accademico.

Vi è un altro versante su cui riflettere ed è quello del lavoro manuale, che comporta anche una certa parte di lavoro mentale. Artigiani, fabbri, idraulici, ebanisti, elettricisti e via enumerando, usano la testa, oltre che le mani, quando lavorano. Sono preziosi e chi fa bene il proprio mestiere guadagna anche bene. Ci risulta che tanti di questi artigiani siano laureati e contenti di quello che fanno perché, in questo caso, la laurea è servita per ampliare la loro mente.
Vi sono tanti piccoli agricoltori che si sono riuniti in cooperative sia per trasformare industrialmente i prodotti della terra - pensiamo all’opificio industriale di Val Dittaino - sia per portare i loro prodotti sui mercati nazionali e internazionali e direttamente alla Grande distribuzione organizzata (Gdo).
Perseguire ancora la laurea che non serve più, anche perché gli Atenei sono diventati divoratori di risorse pubbliche senza produrre competenze, salvo macchie di leopardo, è uno sport inutile. è meglio allenarsi a esercitare un lavoro produttivo che dia soddisfazione a sè e agli altri.

Articolo pubblicato il 29 dicembre 2010 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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