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Quotidiano di Sicilia

Marginalità sui mercati borsistici: quanto costa alla nostra Isola
di Salvatore Sacco

Le imprese siciliane non fruiscono di un vantaggio stimabile nel 15% laddove si quotassero in borsa. Manca l’approvvigionamento di capitale di rischio a fronte della stretta creditizia

Tags: Borsa, Sicilia



PALERMO - Come è noto i mercati finanziari sono il tempio della globalizzazione e dell’internazionalizzazione e sempre più la dimensione  locale sembra anacronistica ed inadeguata; eppure è qui che si giocano le carte più importanti nella continua partita per l’approvvigionamento di capitali da destinare al sostegno dei sistemi produttivi a livello di singolo territorio. La tendenza innegabile è al gigantismo: nel 2020 potrebbero esserci solo cinque sei borse in tutto il mondo; tuttavia le esigenze dei contesti locali non andrebbero trascurate e, del resto, il dibattito su tali temi oggi quasi sopito, non è molto remoto, basti pensare che ancora fino alla metà degli anni novanta  si discuteva circa l’utilità di dare maggior spazi ai mercati borsistici regionali. Allora esistevano, oltre quella di Milano, anche alcune sedi di  borse  a Roma,  Bologna, Venezia, Firenze, Trieste, Genova, Napoli ed anche a  Palermo.

Nel 1997 si decise la concentrazione in Borsa italiana, spegnendo di fatto tutte le realtà locali, nel 2007 fu decisa la fusione fra Borsa Italiana e la Borsa inglese, ovvero la LSE (London Stock Exchange).  Più in generale va detto che i rapporti fra la Sicilia e la borsa sono stati caratterizzati, come in molti altri aspetti della storia siciliana, da un declino e da una sostanziale situazione di marginalità.

A metà dell’800 in Sicilia una sede di Borsa
Eppure ancora alla metà del 1800, l’Isola poteva vantare una sede di Borsa in cui operavano  ben sei agenti di cambio e  sessanta “regi sensali” (oggi diremmo procuratori autorizzati “) , il massimo di operatori che abbia mai avuto in tutti i suoi 160 anni di esistenza. Dunque agli albori si trattava di una realtà considerevole e non abissalmente lontana da quelle delle regioni più evolute. In effetti, dopo i primi fuochi sia l’attività della Borsa locale, che la partecipazione delle imprese ai mercati finanziari maggiori si è progressivamente e rapidamente affievolita, mantenendosi successivamente abbastanza marginale.

La partecipazione di società siciliane in borsa
Per quanto riguarda la partecipazione di società siciliane,  si è oscillati fra una o due imprese al massimo, con una punta toccata negli anni novanta in cui furono quotate quattro società con sede nell’Isola, però quasi tutte collegate a gruppi nazionali: l’Enichem di Augusta (gruppo  Eni), le Cementerie di Augusta e le Cementerie Siciliane (gruppo Italcementi) oltre alla Rodriguez, unica vera società privata, che però resistette nel listino  per circa un quinquennio.

La Borsa di Palermo
Per quanto riguarda più specificamente  la Borsa di Palermo, essa ha avuto dimensioni operative, in media molto contenute; mediamente non vi  operavano più di due o tre agenti, anche se alcuni di essi assolutamente validi dal punto di vista professionale; anche i valori trattati erano molto contenuti: si pensi che negli anni settanta, quando in un’altra Borsa considerata locale rispetto a quella di Milano, ovvero la Borsa di Roma, girava circa il 15% circa del business finanziario, in quella di Palermo si negoziavamo in un anno (il riferimento è specificamente al 1970) meno di  50 miliardi titoli di Stato e si scambiavano meno di 150.000 azioni fra quotate e non quotate.

La situazione attuale
Per quanto riguarda la situazione attuale del mercato borsistico locale, in un precedente inchiesta su questo quotidiano (vedi Qd.S del 2 marzo u.s. , pag. 6 “Borsa : Sicilia fanalino di coda: solo una società quotata” a firma dello scrivente), avevamo fatto notare il ritardo della nostra regione : le famiglie in possesso di azioni sono circa l’ 1,%, contro una media nazionale pari a più del 10%, una sola società siciliana è quotata in borsa (peraltro un po’ in difficoltà) al di sotto della media delle altre grandi regioni del Mezzogiorno (Sardegna 4 società quotate, Puglia e Campania 3 ciascuna).
Ma si può quantificare la penalizzazione che determina  questa situazione di marginalità della regione nel mercato borsistico? A parte l’evidente constatazione riferibile al mancato approvvigionamento di capitale di rischio in un segmento di mercato finanziario particolarmente efficiente, un recente studio  (“La geografia delle società italiane quotate e potenziali effetti sui valori di Borsa” Bascheri G., Carosi A., Mengoli S. pubblicato in “ Banca , impresa e società “ anno XXIX 2010 n.1), ha suggerito una quantificazione più approfondita. Gli autori hanno  verificato la sussistenza anche nella nostra regione (lo studio è condotto su tutte le regioni italiane) del fenomeno noto come “local home bias”, ovvero la preferenza degli investitori ad investire in titoli di società locali. In base a ciò, quantificando lo scostamento fra domanda potenziale di titoli di società locali quotate (calcolato in base al reddito aggregato disponibile) e disponibilità di tali titoli, hanno calcolato l’ipotetico sconto o la penalizzazione che avrebbe una società con sede in Sicilia nel caso di prima quotazione al listino sul mercato regionale. Ebbene la Sicilia fruirebbe di un vantaggio fra i più alti a livello nazionale,  inferiore solo a quelli che otterrebbero, nell’ordine,  Molise, Umbria e Campania.

I vantaggi di una prima quotazione per una società siciliana
In soldoni, ogni società siciliana che volesse lanciare una IPO (Initial Public Offering, l’offerta pubblica iniziale di una impresa, che intende quotarsi) otterrebbe un premio pari a circa il 15% per ogni euro che volesse reperire su quel mercato. Un vantaggio non da poco se si considera che, la stessa operazione in Piemonte comporterebbe per l’ impresa una penalizzazione pari quasi al 20% ed, in Lombardia superiore al 30% (ciò è determinato dal forte numero di società quotate in quelle regioni rispetto alla domanda locale di titoli). Si tratta certo di un potenziale vantaggio assolutamente non trascurabile in una fase in cui le imprese lamentano l’irrigidimento dei canali tradizionali di reperimento di capitali di rischio, oltre al sempre presente fenomeno del razionamento da parte delle banche , per quanto riguarda le esigenze creditize.

Articolo pubblicato il 15 marzo 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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