Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia  su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app

Dubbi sull’utilità del marchio doc Sicilia
di Michele Giuliano

Da un’indagine realizzata dall’Istituto regionale della vite e del vino sembra che gli imprenditori non credano al progetto. Solo il 46 per cento delle cantine interpellate scommette sulla proposta del brand unitario

Tags: Marchio Doc, Vino



PALERMO - Un marchio Doc (denominazione d’origine controllata) per i vini siciliani d’eccellenza? Sulla carta un progetto che dovrebbe garantire un’esplosione del mercato specie in ottica di export di livello internazionale ma gli imprenditori siciliani restano abbastanza scettici. E così il progetto di rilancio dei vini siciliani, fortemente provati dalla concorrenza spietata specie dal sudamerica, resta un sogno che si insegue oramai da oltre 10 anni. E non è certo una grande novità questa: non a caso gli imprenditori vitivinicoli siciliani da sempre sono restii a consorziarsi e questo comporta un’eccessiva frammentarietà del settore, con dispendio notevole di energie e finanze.

Che il marchio Doc in Sicilia non sia stato ancora oggi convincente lo dimostra una indagine on line effettuata dall’istituto regionale della Vite e del Vino e da cronachedigusto.it. I risultati sono abbastanza lampanti: non superano infatti il 46 per cento le cantine che reputano la proposta del brand unitario, lanciata nel 2008 dall’allora assessore regionale all’Agricoltura Giovanni La Via, come molto o abbastanza utile. Il resto si divide invece tra un bacino di aziende che ritengono la Doc Sicilia poco o per nulla utile (il 38 per cento) e una fetta di cantine che sulla questione non assumono ancora una posizione definita (il 16 per cento). Quasi 200 le cantine siciliane che sono state interpellate, una fetta notevole che quindi dà il senso dell’assoluta attendibilità dell’indagine e quindi della propensione degli imprenditori del settore.

Il sondaggio è stato presentato a Palermo, nel corso del forum “Aspettando Verona: come sta il vino del Sud Italia?”, svoltosi a Castello Utveggio. L’incontro, che si è tenuto per il secondo anno consecutivo, ha messo in luce diversi aspetti della crisi attraversata dal settore vitivinicolo. Particolarmente significativo il dato sui tempi medi di pagamento delle partite di vino vendute dalle aziende del Sud.

Nel mercato nazionale, il 55 per cento  delle cantine attende infatti almeno 90 giorni dalla data d’emissione della fattura. Gli scambi sono di certo più dinamici quando si tratta di vino commerciato nel mercato estero, dove il 38 per cento delle cantine meridionali viene pagata il giorno stesso della fatturazione. A evidenziare lo scenario a tinte fosche dell’enologia in Sicilia è la crescente riduzione degli investimenti delle aziende per far fronte ai minori introiti. Sono il 43 per cento quelle che hanno deciso di limitare capitali e risorse da utilizzare nel processo produttivo. Più in dettaglio, per il 77 per cento delle cantine gli investimenti non superano il 25 per cento del proprio fatturato, mentre soltanto la metà ha investito non oltre il 15 per cento dei ricavi in comunicazione e marketing. Il questionario somministrato alla aziende ha messo in chiaro anche gli effetti della crisi sull’occupazione. Ferma restando la più complessa valutazione di questo dato, tra le cantine interpellate, il 15 per cento ha dichiarato di aver ridotto il personale nel corso del 2010: una quantità pari al doppio dell’anno precedente.
 

 
L’approfondimento. Riscontri negativi dal mercato enologico
 
Il sondaggio ha evidenziato altri riscontri negativi che arrivano dall’attuale mercato enologico. Soprattutto con quelli relativi a un vino siciliano (un Inzolia, ovvero uno dei vitigni autoctoni più antichi della Sicilia e tra i più rappresentativi della produzione isolana nei mercati internazionali) venduto di recente in un centro commerciale del Nord Italia a 50 centesimi a bottiglia. Un  prezzo squalificante, che si accompagna ad altri prodotti imbottigliati (come vini Nero d’Avola di bassa qualità) che negli scaffali di ormai non pochi centri commerciali vengono offerti a meno di un euro alla bottiglia. è una delle dimostrazioni più evidenti, come hanno sottolineato diversi produttori durante il convegno, “dell’assenza di una imprenditoria attrezzata per creare valore aggiunto nel sistema vitivinicolo siciliano”. Intanto, il settore continua a navigare sopra un mare di vino sfuso: supera infatti l’80 per cento la produzione vitivinicola che non va in bottiglia. “Il vino sfuso non crea reddito, non crea occupazione e non crea cultura della qualità” ha detto Josè Rallo, titolare dell’azienda vitivinicola Donnafugata. È indubbio però che le valutazioni sulla solidità economica delle aziende vinicole allarmano. Secondo Filippo Cesarini Sforza, responsabile commerciale della cantina Duca di Salaparuta, “il 30 per cento delle aziende non ha bilanci sostenibili”.

Articolo pubblicato il 19 marzo 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus