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Quotidiano di Sicilia

Call center e delocalizzazione, a rischio 1.500 lavoratori isolani
di Michele Giuliano

Una quota superiore al 10 per cento dell’occupazione nazionale rischia di saltare in Sicilia. Solo a Catania sono in 7.000 che lavorano nei servizi di inbound e outbound

Tags: Call Center, Lavoro, Giuseppe Tumminia, Susanna Camusso



PALERMO - Soltanto in Sicilia si parla di 1.500 posti a rischio. Ma questa potrebbe essere solo la punta dell’iceberg perché nell’arco di pochi anni il numero potrebbe ingrossarsi notevolmente. Stiamo parlando dei call center e dell’oramai risaputo fenomeno della delocalizzazione di molte aziende del settore verso i paesi dell’est. Proprio in questi giorni c’è stata una nuova protesta a Palermo, davanti alla sede della Confindustria, dei circa 500 lavoratori del settore Comunicazione di Cgil, Cisl e Uil. 
 
Giuseppe Tumminia, segretario della Uilcom ha spiegato: “Non possiamo assistere passivamente alla delocalizzazione delle commesse dei call-center. Oggi le aziende che hanno goduto di benefici e incentivi nella nostra regione chiudono e aprono altrove, sempre alla ricerca di nuove agevolazioni. Questo – continua il sindacalista – è un modo perverso di concepire gli aiuti alle imprese che non crea nuova occupazione ma solo operazioni speculative. Per questo chiediamo insieme a Confindustria di intervenire per creare una normativa che dia trasparenza e stabilizzi il settore dei call center”.

Secondo i dati del “Quarto Rapporto sulla dinamica occupazionale nei call center in outsourcing”, realizzato dalla Slc Cgil, sarebbero addirittura circa 13 mila i lavoratori a rischio in tutta Italia e la Sicilia rappresenta una quota superiore al 10 per cento. L’isola infatti è tra le più interessate da questo fenomeno a raffica di licenziamenti in questo settore: dopo la Lombardia e la Calabria, proprio la Sicilia con i suoi 1.500 posti in bilico è la regione che risente maggiormente di questo effetto delocalizzazione.

La crisi dei call center, come denuncia il sindacato di categoria, non è legata tanto alla crisi economica che ha investito l’intero Paese, ma è soprattutto il frutto di scelte sbagliate da parte del Governo. Per Susanna Camusso, ledear della Cgil, uno dei problemi maggiori a cui non è stata data ancora una risposta adeguata è quello delle delocalizzazioni, a cui si aggiunge la scarsità di controlli, che ha favorito e continua a favorire il dilagare del fenomeno del lavoro nero. Inoltre, il 77,2 per cento degli addetti è costituito da donne, tuttavia, spetta proprio alle donne una minor stabilizzazione contrattuale.

Il sindacato di categoria, perciò propone il ripristino dell’osservatorio nazionale sui call center presso la Presidenza del Consiglio, la determinazione di un’unica tabella di costo medio orario del lavoro per dipendenti del settore costumer care, il riconoscimento del settore call center come settore industriale a tutti gli effetti e l’istituzione di un piano straordinario di lotta all’illegalità e all’evasione assicurativa e contributiva. Soltanto a Catania e provincia le attività di settore occupano migliaia di giovani (circa 7.000) che operano presso numerosi call center. E non è un caso che il territorio etneo venga considerato a livello nazionale la capitale dei call center, il cui livello occupazionale è però a rischio.
 

 
L’approfondimento. Trasferimenti sempre più frequenti verso i Paesi dell’Est
 
Secondo l’Ugl Sicilia il progressivo ricorso alla delocalizzazione da parte dei colossi della telefonia sta assumendo proporzioni davvero preoccupanti, tali da mettere a rischio il futuro occupazionale del personale siciliano in servizio nei call center, dato il trasferimento, ormai sempre più frequente, di servizi inerenti la gestione dei clienti verso Paesi quali la Romania, la Bulgaria, l’Argentina e la Tunisia. "Servizi che - spiega il segretario regionale delle telecomunicazioni, Daniele Ruisi - erano fino a poco tempo fa svolti da operatori nostrani, gli unici che, a nostro avviso, sono in grado di garantire la qualità ai clienti. Siamo convinti che l’unico antidoto efficace a questo fenomeno sia infatti proprio la qualità dei servizi offerti: oltre al dato linguistico, esiste un problema da non sottovalutare, quello delle norme sulla privacy, che variano da nazione a nazione. Appare evidente - si legge ancora, nella nota sindacale - che il rapporto tra un operatore ed un cliente entrambi italiani, possa offrire maggiori garanzie di professionalità, anche alla luce della migliore conoscenza delle regole del mercato e delle relative esigenze da parte dell’utenza".

Articolo pubblicato il 01 giugno 2011 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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