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Mutilazioni genitali femminili, il diritto "negato" di essere bambine
di Patrizia Penna

Pubblicato il dossier della Fondazione L’Albero della Vita Onlus: dati Istat e Miur a confronto. Sicilia seconda regione del Mezzogiorno con il più alto numero di minori a rischio

Tags: Mutilazione Genitale, Bambine



PALERMO - “Il diritto di essere bambine”. Si intitola così il dossier sulle Mutilazioni Genitali Femminili (MGF) realizzato dalla Fondazione L’Albero della Vita Onlus in collaborazione con Nosotras e Fondazione Patrizio Paoletti.

“Le Mutilazioni Genitali Femminili  - si legge nel dossier - , sono un fenomeno che investe con tanta forza ed incisività la coscienza dell’uomo anche perché in diretto contatto con la rappresentazione dell’identità dell’individuo. Per questo motivo i dati su questo fenomeno turbano profondamente la nostra mentalità europea, per questo motivo gli esponenti di culture in cui le MGF sono praticate vi sono a volte legati in modo tanto profondo”.

Se da un lato uno dei Paesi in cui la pratica risulta più diffusa resta ancora l’Egitto (dove esiste una vera e propria tradizione ancestrale risalente all’epoca dei Faraoni – anche se, per dirla tutta, queste prassi erano in vigore in Europa e negli Stati Uniti d’America appena 150 anni fa, con il beneplacito della più rinomata classe medica), dall’altro risulta che in Italia, sono circa 7.700 le bambine a rischio.

“Secondo i dati a noi forniti dall’ufficio statistico del MIUR – si legge nel documento - , sarebbero 25.203 le bambine e le ragazze iscritte nelle scuole italiane di ogni ordine e grado provenienti da Paesi a rischio MGF nell’anno scolastico 2010/ 2011. Rielaborando e scomponendo questi dati abbiamo stimato che il numero totale delle minori potenzialmente a rischio MGF presenti in Italia è di 7.727. Per ottenere questo numero abbiamo calcolato, così come fatto nelle precedenti ricerche, sul totale assoluto (25.203) delle minori provenienti dai 26 Paesi di tradizione escissoria, lo stesso tasso di diffusione delle pratiche MGF che si riscontra in patria: al numero ottenuto, 11.038 minori a rischio, è stato sottratto lo scarto tra le generazioni precedenti e le ultime generazioni nella pratica escissoria, che corrisponde al 30%”.

La consapevolezza di questo “orrore” ci costringe ad una riflessione sulla necessità di non mollare mai la presa sul fronte della promozione e della tutela dei diritti dell’individuo, soprattutto quando più che di individui si parla di minori. Proprio per questo motivo, la pianificazione delle strategie volte a contrastare il fenomeno non può dunque prescindere dall’analisi dei dati, cioè di quei numeri che ci diano contezza di questa terribile piaga, che ci permettano di “inquadrare i processi in corso, osservare ogni dettaglio, ogni contesto”.

Il dossier offre spunti conoscitivi molto interessanti a proposito delle MGF anche per quanto le singole regioni. La nostra Isola è, seguita dalla Campania, la regione del Mezzogiorno con minori maggiormente “a rischio” (circa 58 i minori a rischio anche se le stime sono per difetto), ma si tratta di un rischio più limitato rispetto agli sconcertanti numeri che provengono da altre realtà italiane, come ad esempio Lombardia (3.828 minori a rischio), Veneto (849minori), Emilia Romagna (824 minori), Piemonte (645 minori) e Lazio (599 minori).

Come previsto dalla legge n.7/2006, il Ministero della Salute ha pubblicato nel 2008 le Linee Guida destinate alle figure professionali socio-sanitarie (medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, assistenti sanitari, mediatori ed operatori scolastici) che operano con le comunità di immigrati provenienti da Paesi dove sono effettuate le MGF, per realizzare attività di prevenzione, assistenza e riabilitazione delle donne e delle bambine già sottoposte a tali pratiche. Alla fine del 2010, inoltre, è stato attivato il numero verde 800 300 558, finalizzato a ricevere segnalazioni da parte di chiunque venga a conoscenza di pratiche di mutilazione genitale femminile sul territorio italiano e a fornire informazioni sulle organizzazioni di volontariato e sulle strutture sanitarie che operano presso le comunità di immigrati provenienti da Paesi dove sono effettuate tali pratiche.

Articolo pubblicato il 24 febbraio 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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